PIEVE

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POLAROID

lunedì 26 dicembre 2011

Una Crociera

E' il 21 agosto del 2011. I casi d'Italia volgono al peggio. Il sistema finanziario ed economico mondiale si avvita in recessioni e crisi sempre più frequenti nel tentativo di dimostrare ai neoliberisti che Marx aveva proprio ragione. La guerra di Libia si sta concludendo in una penosa imitazione del bellum jughurtinum, con Gheddafi che appare e scompare: la storia si ripete incessante. E' il 21 agosto, e partiamo sotto un'ondata di calore che pare proprio in tema con una fuga - una fuga da un paese che muore per liquefazione, dal lavoro di ogni giorno, dalle piccole noiose questioni, dalle paure dei malati, dalle ansie, dalle burocrazie.

"E' una bellissima idea,facciamolo" dissi in tono convinto, senza rendermi ben conto di quello che stavo facendo. Era una bella giornata di luglio e la Lunigiana splendeva di colori e l'aria era fresca ed io mi sentivo in quel preciso momento forte e avveduto e sagace come un cinghiale dei boschi intorno alla casa.
"D'accordo. Sarà una crociera per rilassarci. Bagnetto, calette, e ogni tanto la vela se le condizioni lo consentono in piena sicurezza" disse Dario.
Io costellavo di "bellissimo" ogni pochi secondi la sua esposizione del programma e la descrizione della barca e l'illustrazione delle meraviglie che ci attendevano e per meglio esprimere il mio entusiasmo non lesinavo in mugolii di adesione incondizionata.
"L'importante è però che tu stia bene. Devi arrivare al giorno della partenza nelle migliori condizioni e poi mantenertici per tutta la durata della crociera".
Mi resi conto che qualcosa si era messo di mezzo a intralciare il moto perfetto degli ingranaggi dei desideri degli impulsi degli appetiti che girano a pieno ritmo per produrre quasi nulla.
Il fatto è che se Dario mi avesse proposto una marcia a piedi nella foresta amazzonica seguendo un certo percorso che consente di sopravvivere ai ragni ai serpenti e ai coltivatori abusivi di alberi della gomma o mi avesse suggerito una vacanza su uno dei satelliti di Saturno avrei detto subito di si, e il tono entusiasta della mia risposta dipendeva da questo gioco di confrontare e misurare cose possibili ma non realizzabili in uno scambio frenetico di voglie. Che poi lui ogni tanto realizzasse i suoi desideri di lunghi viaggi o di esplorazioni davvero , cioè nella realtà e non nell'immaginario non cambiava nulla nel mio stanco narcisismo, che gode a figurarsi il mondo come se io ne facessi parte: un Tin Tin tra gli indiani, tra i berberi, sulla luna, in ogni possibile combinazione e ruolo e sfondo.
Guardai meglio Dario. I baffetti vibravano, le sopracciglia erano rilevate e tese, l'occhio era concentrato su di me ed esprimeva non semplice interesse o convinzione ma desiderio di aiutarmi e al tempo stesso il riflesso di un ancestrale modo che hanno i siciliani di prendere un impegno e di vincolare al rispetto del contratto - in quel momento lo vidi scritto sul suo volto chiarissimamente- ,un baluginare della pupilla che si fa a tratti ammonitrice con un'ombra di minaccia.
Diceva sul serio. Io come un pollo avevo detto di sì. Le sue uniche vacanze tanto attese e preparate le aveva vincolate con generosità ad un idiota malato, forse piu' idiota che malato.
Francesca e Mavi erano presenti, ma mentre Mavi aveva senza dubbio avuto modo di parlarne prima con Dario e dato il suo consenso a quella pericolosa proposta che metteva a rischio anche le sue vacanze, Francesca rimase sorpresa, compiaciuta e se non contraria, fortemente perplessa. Combattuta tra il desiderio di stare tra amici cari a godersi il mare e il sole di Sardegna e la paura di rovinare l' unico momento di pace e intimità a due persone che fanno parte del ristrettissimo club degli umani in cui si riconosce.
Ma non disse niente. Mi mando' segnali di avvertimento con le sue occhiate ma io avevo dimenticato il codice e solo dopo capii che lei sapeva dal primo momento che Dario parlava sul serio e che io non l'avevo capito.
"D'accordo, allora" ripeté Dario ed io che mi ero reso conto troppo tardi di quanto fosse grande il suo gesto, fatto con quella che Della Casa chiamava sprezzatura e che solo un gentiluomo siciliano sa elevare oggi ai livelli dell'arte, io mi sentii certo investito di una grande responsabilità' ma soprattutto mi scoprii soddisfatto e felice. Poi - ma dopo vari giorni- preoccupato e ansioso. Poi commosso.
Checché se ne dica il mio egoismo è inclusivo. Ho impiegato quaranta anni per capirlo. Per spiegarmi meglio senza scomodare la psicologia del profondo, ebbene sì sono un porco egoista e me ne vanto, ma proprio perchè lo sono e non mi avvolgo in chiacchere per negarlo, dirò' che del mio io e del mio mondo esclusivo fanno anche parte, o meglio fungono da elementi costitutivi, le persone, pochissime, cui voglio bene, le cose, poche, cui sono legato davvero al punto di non potermi neppure pensare se privo: che so, la Grecia, una canzone rebetica, il mio cane. E prima le persone, poi le cose, sono semplicemente me, sono io. Non sarei io senza Francesca. E neppure senza Dario, lui più di un fratello.

Mi ritrovai cosi' dopo anni a tornare in barca e a fare precisamente quella crociera che avevo progettato, preparato, voluto, studiato e naturalmente mai realizzato. Con naturalezza e semplicità, per un caso, per volere di due amici che sapevano cosa rischiavano.
Io invece ci misi del tempo anche solo a capire che non stavo tanto bene e che forse non sarei stato in grado neppure di dare una mano alle manovre e così rientrai nel mio mondo fantastico e mi guardai intorno e vidi rovina imminente e politici corrotti e incapaci e crisi mondiale e trovai una soluzione di fuga letteraria: ed eccomi accolto,mentre nel 1348 la peste infuria, tra i pochi gentiluomini e gentildonne che in una villa fuori Firenze schivano malattia e morte mentre il mondo barcolla e loro, giù' a raccontarsi storie e a dar vita al Decamerone.
"Le medicine? Le hai prese?" fece Francesca.
"Ricordati di venire a fare le analisi prima di partire" rincarò Mavi.
Era passato qualche giorno e c'era sempre modo di risospingermi nell'universo delle cose che accadono, mentre io acquistavo montagne di cose forse indispensabili per un giro del mondo ma non certo per due settimane ad agosto in Sardegna. Ora capitano Achab ora vecchio marinaio greco continuavo a dimenticare che sulla barca ce ne sarebbe stato uno solo e non ero io.
Agosto tra Filetto e Malgrate si insinuo' dolcemente come se sapesse cosa fare di noi, del tempo che passava, di un cambio di stagione che suggeriva appena infischiandosene di Tremonti Bossi e Berlusconi. Porto' con se' come al solito i compiti per le vacanze che le burocrazie occhiute e malvagie danno da fare ai sudditi prima di chiudere e di andare loro in vacanza, nei casi di grande successo personale sussidiati da ricche tangenti e puttane dette escort nella neolingua che desta ribrezzo giusto e sacrosanto nei pochissimi italiani rimasti: parcelle, fatture, intimazioni, minacce, sentenze esecutive, cartelle esattoriali, sfracelli. Io meditavo sulla storia d'Italia e godevo all'idea che dalla tassa sul macinato alle mille di oggi cambia solo il nome e che forse questo era il modo migliore di celebrare i centocinquanta anni della infausta nascita di un paese inesistente e mi consolavo figurandomi le cose più improbabili che sarebbero certo accadute durante il nostro assalto alle isole della Gallura.
"Mi raccomando. Occhio. Non esagerare col cibo. Devi star bene" mi ripeteva il siciliano e se l'avesse detto nella sua lingua sarei rabbrividito anche se era Dario.
E mi perdevo in malinconie che erano molto in tono con le prime nebbie che salivano dalla Magra e non ero più' un prode marinaio ma un vecchio che riandava indietro col pensiero a ricordare le cose belle che aveva vissuto e le mettevo coscientemente in fila, Birko il mio primo cane (che rischiò, di rimanere l'ultimo perché' era pazzo), la mia gatta Sally che faceva le fusa, la prima volta che ascoltai la Sagra della primavera, la prima volta che affondai dolcemente nella vagina del mio primo amore in una demenziale Austin A 40, la prima volta che scoprii con sommo stupore a Cotignola che le mazurche non le ballavano solo nei film di John Ford e che i cappelletti al ragù erano una delle otto prove dell'esistenza di Dio e la prima volta che feci l'amore con Francesca dopo che mi aveva svuotato la casa e trasferito d'imperio nella sua e la luna brillava attraverso la tenda, Percy cane poeta che saltava sul letto, Serifos e Sifnos nel primo viaggio con Francesca e via affondando in un mare di prime volte che mi lasciava senza fiato, e mi costringeva a pensare che tutto è una prima volta e che è questo per dirla con Cummings il banale privilegio di essere vivi, e allora mi fermavo e cominciavo a pensare poesie (di quelle ne posso secernere a chili,come l'ape di Marx) e poi Dario tornava e mi riprendeva per la collottola mentre volteggiavo felice e mi poggiava delicatamente sul pavimento e poi faceva un risotto.

Si avvicinava il momento. Studiavo il manuale della fotocamera stagna a prova di Antartide che avevo acquistato per la perigliosa avventura, il funzionamento della lampada a led che perfora anche un carro armato a due chilometri di distanza, come diavolo si aprissero le due giacche tecniche che avevo acquistato e rimiravo estasiato i sacchi impermeabili che fanno piattaforma oceanica e che avevo ramazzato in quantità da tutti gli shipchandler di La Spezia e che - devo riconoscerlo - erano l'unica cosa il cui  azionamento era semplice.
Tra gli sguardi di compatimento di Francesca andavo accumulando montagne di roba: radio ad onde corte, radio a manovella in caso di fine di mondo civile, VHF portatili insommergibili, coltelli bussole da rilevamento e libri sufficienti ad uccidere una persona. Normale, si intende. Li elenco perché il lettore può rendersi conto direttamente, senza che glieli dica io, di quanta perversione sia capace un ultrasessantenne molto malato convinto di essere un diciottenne con tutta la vita davanti e con ubbie da letterato.
Sono un liberale? Saggi di John Maynard Keynes.
Tutti i romanzi di Fitzgerald.
Uno dei volumi della storia d'Italia di Montanelli.
La meteo en mediterrané di un gruppo di meteorologi di Meteo France
60 partite da ricordare di Fisher
I problemi della filosofia di Bertrand Russell
Il corsaro nero di Salgari
E poi un libro sull'uso del sestante, portolani, libri sui nodi, manuali di rotta, tra cui il Mancini, riviste, i supplementi culturali dei principali giornali e una penna USB con dentro manuali e testi di sociologia della comunicazione.
Fu inappellabile la sentenza che emise Francesca: niente libri di scacchi perché mi sarei dovuto portare la scacchiera e niente filosofia perché il mio cervello temeva con qualche ragione potesse andare definitamente in tilt.
Dario si divertiva un mondo a mantenermi eccitato: corsi il serio rischio di acquistare un Epirb e un telefono satellitare, utile nel caso i venti ci trascinassero in un punto del Mediterraneo non coperto dalla rete o in caso di assalto dei pirati. Rinunciai alle armi da distribuire all'equipaggio molto a malincuore.
"Eccoci" disse Dario, maledettamente puntuale, e finalmente partimmo e io non potevo acquistare più nulla ma solo assistere desolato allo scarico completo di quello che avevo diligentemente (così pensavo) già stivato sulla Land Rover e alla sua sistemazione da parte di una implacabile Francesca. E sbarcati a Olbia dopo essere partiti da Piombino ci troviamo a Cannigione alle nove di sera e io salgo per la prima volta su una barca talmente lunga e larga da lasciare sgomenti, dotata di una ruota così grande che sembrava quella del famoso dipinto in cui Teghetoff dirige dalla sua corazzata la sistematica triturazione della flotta italiana a Lissa.
Lo so, la metto giù leggera e ironicamente e per fare sorridere - di me innanzitutto- i lettori di questo breve resoconto, ma sapevo che il dramma era in agguato e poteva esigere ad ogni momento i suoi crediti imprescrittibili. Tanto vale dirlo subito, senza rispettare l'ordine rigoroso di un giornale di bordo che non sono mai stato capace di compilare decentemente. Il primo problema, provocato da me come è naturale, faceva parte di quelli eroicamente messi in conto da Dario e per cui era attrezzato: mi ammalo. O meglio, una crisi improvvisa mi porta un febbrone che mi stende tra gli sguardi preoccupati dell'equipaggio.
" Sono i pomodori" disse Francesca. Francesca è convinta che i pomodori siano contro natura e che per i malati di fegato siano pericolosissimi.
" Fanno male per gli acidi urici" rimarcò garbatamente Mavi e tutti mi guardarono scuotendo la testa tristemente. Ora, con i problemi che ho io, l'acido urico non era mai stato menzionato come un fattore di rischio specifico, ed un brivido mi colse al pensiero che ogni volta che è stato preso in considerazione un singolo elemento si scopre che va tenuto sotto controllo e contrastato. Non  è lontano, lo so, il momento in cui mi diranno compunti che non posso mangiare più nulla ed io morirò di fame invece che per colpa di un fegato marcio.
Sta di fatto che tutto il 27 agosto rimango bloccato in cuccetta. Gli dei benevoli per fortuna fanno coincidere  il giorno con del cattivo tempo che comunque ci avrebbe tenuto in banchina.
Il secondo problema si insinua invece subdolamente al termine di una bellissima giornata di mare, il 30, quando abbiamo già da qualche giorno ripreso ad uscire, riuscendo anche, il 28, giorno in cui il tempo ricomincia a ristabilirsi ed io emergo dal letargo indotto dalla febbre, e i miei piedi riassumono forma umana da salsicciotti che erano, a fare una gita nell'interno, superando Tempio Pausania, visitando lungo la strada un insediamento dell'alto Medioevo con i resti di un castello in un bosco ombroso in cui massi di granito paiono spuntare dal terreno all'improvviso, simili a sculture aliene, e poi fermandoci a cercare un gruppo di costruzioni nuragiche di cui troviamo solo la capanna delle riunioni, e all'improvviso i contrafforti di una montagna si stagliano davanti a noi, e saliamo sino a mille metri e tratteniamo il fiato davanti al panorama al tramonto, in alto, in alto, sulla sommità dei monti della Limbara. E come talvolta felicemente accade si rinuncia al programma e si gode dell'imprevisto.
La Land non è felice, è vero, perché non siamo riusciti a mettere alla prova le sue doti da fuoristradista con il percorso di 24 chilometri tra boschi e sterpaglie e massi e cinghiali infuriati che Dario aveva studiato, ma la compensiamo con uno sterratino e molte blandizie e promesse.
Ma torniamo al 30. Decidemmo di evitare le Bocche e di puntare verso la Costa Smeralda, per arrivare a Tavolara, e tutto fu splendido: partenza alle 11 a motore e poi motore più Genova appena messo il naso fuori Capo 3 Monti. Sfilammo lungo la triste ostensione di lusso e povertà di spirito e miseria intellettuale di Porto Cervo e dei suoi yacht consolandoci ammirando la scabra e rugosa aridità di isole come Mortorio e Mortoriotto, i cui nomi richiamano un' altra Sardegna, priva di umani vocianti e rombanti su ridicoli e pericolosi motoscafi d'altura. Tavolara campeggiava come un torrione inespugnabile, una immane roccia scagliata da un Dio furente che forse sapeva che sarebbero arrivati in un futuro lontano ma prossimo, troppo, Berlusconi, Briatore, Lele Mora e i tristi accoliti e ammiratori e le cortigiane.
Alle 14 e 50 eravamo alla fonda a Punta Pietra. Davanti Tavolara ergeva il suo profilo arcigno,in una cuspide di rocce a strapiombo. Io sentii ancora una volta coronato il sogno di una vita e preso il via il mio cervello cominciò a figurarsi gli stessi posti nei mesi,lunghi, in cui i turisti volano agli insediamenti di origine in stormi compatti, mentre io di baia in baia, solitario e bastevole del poco avrei errato tra le isole. Mi fermai quando per primo mi resi conto che questa era effettivamente un pò grossa e che lontano più di 100 metri da un supermercato francamente non potrei sopravvivere.
Dopo circa un'ora ripartimmo mettendo la prua a nord con un vento che andava rinfrescando, stabile sui trenta nodi e davanti a Porto Cervo, tanto per far vedere cosa è capace di ammannire, così, su due piedi, soffiando con raffiche sino a 40 nodi. Tangos rispondeva da par suo senza scomporsi e così, giocando tra sbuffi e spinte, e ondate respinte con disdegno ci portò nello splendido golfo di Arzachena e infine a Cannigione davanti al nostro ormeggio in banchina.

Erano le otto e mezza. Il dramma covava maligno nella serata splendida e serena.
Non c'era più nessuno ad aiutarci dello staff, ma il vento era dolcemente calato e spingeva a favore, rendendo l'ormeggio facile, per quanto facile sia ormeggiare un battello lungo 14 metri. Dario fece una manovra inappuntabile e Mavi e Francesca raccolsero le cime di poppa che ci vennero lanciate mentre Dario correva a prua per prendere il cavo di ormeggio collegato alla trappa.
Tutto bene, dunque? Proprio no. Io, che a meno Dario mi incarichi espressamente resto di riserva, mi accorgo malauguratamente che la cima di poppa a sinistra assicurata provvisoriamente sulla bitta essendo per il momento non regolata è completamente lasca ed è sott'acqua, con il motore ancora acceso anche se in folle, pronto a dare indietro per contrastare il vento che ci spinge in fuori.
Dovete sapere che la manovra di ormeggio è un balletto complicato, che quando avviene di poppa si vena di sottili tinte isteriche per la difficoltà e la delicatezza. Su una barca lunga 14 metri e pesante parecchie tonnellate la cosa assume caratteristiche tali da rendere preoccupato e oltremodo nervoso il responsabile della manovra. Il quale ha in testa una procedura fatta di passi ed eventuali rimedi che sceglie nel repertorio delle manovre e tutti devono necessariamente rispettare alla lettera le indicazioni e gli ordini ricevuti: qualunque iniziativa personale correttiva in caso di errore è assolutamente vietata per evitare un groviglio inestricabile di altri passi e contropassi. Insomma solo il comandante è abilitato anche a sbagliare e a dare gli ordini necessari per rimediare.
E dunque iniziò il balletto con l'equipaggio che volteggiava con aria sapiente tra un punto e l'altro della barca, ed io osservata la cima in acqua e il motore acceso rividi le eliche impiccate e i motori che si spegnevano per colpa delle cime assassine e sull'ultima mia barca l'errore che avevo fatto io e il sommozzatore che avevo dovuto chiamare per rimediare, e decisi senza chiedere nulla a Dario impegnato a prua di tesare la cima e lui tornò in pozzetto proprio mentre per fare ciò io avevo liberato dalla bitta la cima e pensando che non avessimo ancora fissata saldamente come che sia il cavo mi abbaiò una serie di imprecazioni ed io ad allo stesso tono di voce tentai di rispondergli e lui ancora più incazzato perdette definitivamente la tramontana e se la prese con me e poi con il resto dell'equipaggio, assolutamente incolpevole.
Costernazione di tutti: io rinuncio per il momento ad ogni tentativo di spiegazione.
Ora un momento di riflessione è necessario per capire la tempesta ormonale e umorale scatenatasi improvvisa come la tempesta nel Guglielmo Tell. Dovete sapere che in questo equipaggio l'unica persona davvero normale è Mavi, un angelo che non meritiamo: io sono pazzo e immaturo e sempre più simile a un Don Chisciotte rincoglionito che stravede e scapisce, Francesca è permalosa come un gatto arrabbiato e ombrosa come un cavallo selvaggio e Dario sotto la patina di civilizzazione e gli sforzi di pazienza in genere riusciti resta un siciliano, in cui cova nascosta la fiamma di un taciturno ed enigmatico assassino. Mavi, al centro di questa costellazione, brilla come una promessa di pace e buon senso. E fortuna che non ci ha potuto accompagnare il  mio pugnace fox terrier perché morto.
"Vi faccio una proposta: andiamo stasera a mangiare al ristorante?"
"Perchè no? Se gli altri sono d'accordo..."
Avevo da tempo manifestato l'intenzione di offrire una cena al comandante e alla sua signora ma invece di aspettare l'ultima sera mi parve una buona idea anticipare per allentare un pò la tensione. Eravamo arrivati tardi e all'idea di apprestare una cena anche semplicissima in barca mi balenarono visioni di grugni selvaggi e indecorosi silenzi. La risposta arrivò dopo una lunga esitazione, uno sguardo bieco, e i puntini di sospensione alla fine erano sufficienti a riempire una pagina, ma alla lotta a chi è più paziente e diplomatico sono imbattibile e così andammo all'Hotel del Porto e dopo ottimi antipasti e una gallinella extrasize con le patate eravamo tutti più tranquilli, ma io continuavo tra me e me a rimuginare su quello che era accaduto e l'illuminazione mi arrivò all'improvviso come la Madonna quando decide di flesciare qualche sventurato (femmine in genere, chissà com'è): Dario era incazzato come un bufalo soprattutto perché il nostro battibecco ad alta voce era avvenuto alla presenza di gente in banchina e dato dunque l'impressione di una manovra confusa e pasticciata. Ogni tanto mi dimentico che per un siciliano fare una figuraccia è peggio che venire torturato dalla Cia..

Avrei dovuto fare l'ufficiale di rotta e tenere aggiornato il giornale di bordo: destinazioni, rotte, condizioni meteo, punto nave etc. ma tra il mio disordine congenito e il gps che ti situa in un battibaleno sulla carta con un margine di errore insignificante oggi ogni aura di ritualità negli arcani armeggi con bussole da rilevamento, compassi, squadrette nautiche, carte è scomparsa, e le connessioni Internet consentono quasi ovunque lungo le coste di seguire in tempo reale come evolve la situazione meteo. Addio spasmodici ascolti dei bollettini per radio, addio tuffi al cuore quando il canale 16 scandisce "securité, securité". E restavo imbambolato al tavolo da carteggio. E Dario beffardo mi guardava ogni tanto. E dunque i miei appunti si sono trasformati in una pappa indistinta di segni che dieci minuti dopo non riesco neppure a decifrare, redatti senza capo né coda. Ma come si conviene a un intellettuale io facevo lievitare nella mia testa impressioni, foto mentali (quelle vere facevano schifo: ho dimenticato di dire che avevo portato con noi materiale sufficiente ad allestire uno studio di posa) di giornate indimenticabili, e nonostante la debolezza e l'abilità di una tartaruga ubriaca mi riconciliavo col mare, riacquistavo il piede marino, constatavo con soddisfazione che il mal di mare era sempre una roba che non mi riguardava anche se infilato dopo pranzo sottocoperta in un gavone puzzolente a stomaco pieno, e soprattutto imparavo da Dario come si conduce una barca grande e impegnativa, anche se il suo baffetto vibratile mi ingiungeva ammonitorio di non fare nulla, di non toccare nulla, a meno che non me lo chiedesse lui.
Direte che una persona normale, che comunque ha fatto esperienze di navigazione leggera per decenni, deve soffrire per forza a tali limitazioni: se pensate così non avete capito nulla. I poteri assoluti dello skipper sono cosa buona e santa, sono il fondamento di quella minuscola società che si forma per mutuo consenso e che sino a che non si scioglie ricade sotto il potere assoluto e insindacabile del capitano, revocabile solo con l'ammutinamento e l'assassinio. I teorici del potere monarchico ammettevano la deposizione del tiranno. Il capitano Bligh può essere abbandonato su una scialuppa in mezzo all'oceano, Carlo Stuart può essere decollato, Dario ogni tanto lo avrei visto volentieri appeso per i piedi in cima d'albero ma la verità è che in navigazione la responsabilità totale di uno solo allevia gli altri, li libera da ansie paure e insicurezze ed io sentivo la mia testa leggera più del solito, e le mie fantasie galoppavano festose nelle praterie del verosimile senza il fastidio di doversi misurare col principio di realtà, e insomma godevo a godere.
Persino Francesca cui ogni imposizione, ordine, comando provoca l'immediata trasformazione in una tigre dai denti a sciabola si sottoponeva alla dura disciplina senza protestare, anche se lo sforzo titanico implicava di default un malumore selettivo, concentrato in una serie di dardi che venivano scagliati capricciosamente indovinate contro chi.
"Tsk, tsk" articolava dopo avermi trasformato in un dolente San Sebastiano, e guardava i miei piedi con disgusto, tanto per farmi sentire uno dei mostri di Freaks.
"Hai visto Mavi come si sono gonfiati?" rincarava con ferocia, e la Santa assentiva paziente e mi guardava con compatimento.

Ma a parte queste sotterranee dinamiche quasi tutti i giorni si aprivano su una luce incantevole, il vento si alzava, e noi con lui ma più tardi, e si usciva e si faceva vela e poi bagni voluttuosi e le donne si alternavano alle manovre con impegno e crescente perizia e le sere erano deliziose a cenare in quadrato e a chiaccherare stanchi e rilassati se non fosse per gli occasionali soprassalti della belva, semplici ruggitini però, tanto per schiarirsi le fauci.
Torno dopo un giro tortuoso al punto da cui ero partito: il giornale di bordo, la memoria delle cose accadute.
Siamo stanchi, è sera tardi, siamo arrivati a Cannigione, in fondo al golfo di Arzachena,è il 21 e io vedo il Grand Soleil 46 per la prima volta e ci salgo timoroso: è la prima notte e tutto mi sembra smisuratamente grande. Cenammo indolenti in una specie di pub sulla via principale che affaccia sul porto.
Quella notte sognai di essere su Galadriel, la mia prima barca, uno Jouet 22 che mi pareva grande e la quintessenza del lusso nautico e che rispetto al Grand Soleil su cui ero faceva la figura di un insetto. Ma era la prima barca: ed eravamo con Sergio Bertolucci, il mio socio di allora, nel golfo del Messico, ed io nel sogno mi svegliavo ed andavamo col pilota automatico di notte a vele spiegate e intorno a noi c'erano molte altre barche e noi che puntavamo allegri e spediti contro degli scogli. Io prendevo il timone e correggevo la rotta e poi di nuovo a dormire ma su tutto il lato di dritta, dove era la mia cuccetta, le luci avevano smesso di funzionare e mentre cercavo di capire cosa era successo avevamo spiaggiato e continuavamo ad andare lisci come l'olio sulla renna gialla nel primo mattino, e poi ce ne andavamo in paese -non c'era la mia prima moglie ma Francesca, e Sergio-, un paese pieno di vita e colorato e in un bar uno pieno di tatuaggi in un gruppo di italiani (non è necessario sognare per trovarli dappertutto) attacca discorso grugnendo da dove venite? e la risposta deve essere stata  talmente difficile che mi si srotola nel cervello rapidissima la visione di tutti i posti da cui provenivo prima dopo adesso e mi sveglio.
Faccio sempre sogni di barca in barca. E di viaggio in viaggio e così via, in una specie di gioco con la realtà che ho appena vissuto. O forse è il contrario, quelli sono ricordi, e sto sognando adesso. Il vescovo Berkeley sarebbe orgoglioso di trovare uno picchiatello come me per scambiare due chiacchere su realtà, percezione, sogno e illusione. E comunque Galadriel in Messico non c'è mai stata e oltre l'Elba neppure ed è affondata malinconicamente (ogni tanto penso che si è suicidata) per una mareggiata, all'ormeggio a Le Grazie, però con la bandiera al vento, che custodisco gelosamente.
Del 28 e del 30 ho già detto. Ma la prima giornata, il 22, è quella che marca l'inizio dell'avventura e che al di là di prefigurazioni immagini mentali aspettative mi conferma nella luce gloriosa del primo mattino che il mondo è indicibilmente bello e che la zona delle Bocche e il suo dedalo di isole scogli baie e ridossi richiedono un sacrificio agli dei: e depongo così sull'ara ogni altro pensiero, mi libero anche solo del ricordo delle cose da fare, delle persone da contattare, delle case da gestire, del giardino da innaffiare, allontano con un calcio la realtà della mia vita, mi riempio la testa di quel nulla luminoso e profumato e così, predisposto all'eterno, mi appresto a rinascere.
Esagero, naturalmente, la società ha comunque mille modi, alcuni subdoli, per far valere le sue pretese: e così dobbiamo fare cambusa e decidere insieme su dove andare nel pomeriggio, e fare acqua e controllare la barca, e le sirene dell'economia di mercato non appena transito nella via principale son lì a flautarmi inviti irresistibili ed io come Ulisse cerco di tapparmi le orecchie.
Scopro subito che non ho tappi e che quello è davvero un mare periglioso: per quella volta mi trattengono i compagni,tra divertiti e impietositi.
E, lo confesso: un filo resta, a legarmi tenacemente con   la banalità di quei maneggi che si chiamano politica. Ogni giorno, come un drogato in astinenza, erro per le vie alla ricerca di giornali. Ebbene sì: due, tre, quattro giornali, e riviste, le più improbabili, con l'arcigna edicolante di Cannigione che alla fine mi dispensa sorrisi beati...

Dunque, primo giorno: e fatta cambusa e controllato tutto usciamo per un bagno e arriviamo a Caprera e diamo fondo a Cala Portese. Il granito è caldo e colore del sole che si avvia al tramonto, ma è ancora presto e come facevo una volta mi tuffo dalla barca e l'acqua è salatissima, fresca, e tutto intorno un paradiso e, sì, lo ridico, mi pare di rinascere. Le nostre mogli si stendono voluttuose a prua e cominciano a fare provvista di sole come gli scoiattoli di noci per l'inverno.
Attendo che il comandante decida di spiegare le vele: per il momento, visto il poco tempo, si va a motore.
Il 23 decidiamo di andare all'Asinara, diventata Parco nazionale e da qualche anno visitabile anche se, per fortuna,con molte limitazioni. La traversata è lunga e partiamo alle 10 e mezza. All'inizio si va a motore, che senza sforzo, con un borbottio sommesso, ci fa fare 6 nodi e mezzo. La rotta è per NNE e punta verso l'isola di Santo Stefano, da cui procederemo verso Est. Alle 11 siamo al traverso di Capo d'Orso e la luce sfavorevole impedisce di fare belle foto della gigantesca figura che dà il nome al capo. Superiamo Punta Sardegna e Punta Marmorata e verso le 14 in acque libere prendiamo la rotta per 250 gradi che ci porterà a destinazione.
Io prendo confidenza con gli strumenti e soprattutto con le mappe e con la frastagliata geografia e mi godo i tanti nomi di isole, scogli secche e baie che adesso posso situare sulla carta e vedere se mi affaccio in pozzetto. Mi perdo in fantasie e sogni e la barca va, ancora a motore, e tutto è pace e in vista dell'Asinara i delfini ci accompagnano e ci salutano.
Dario chiede per telefono alla direzione del parco una boa dove ormeggiarsi (non è possibile usare l'ancora)e invece che alla grande cala di ingresso, la Reale, ci mandano ad una baietta dietro punta Trabuccato, sempre sul lato dell'isola che guarda verso oriente, l'unico dotato di approdi e ridossi.
Arriviamo alle 18 e 40 e prendiamo la boa e ci prepariamo per la notte e un miracolo si verifica, questa volta davvero, e non solo nella mia fantasia: una mano pietosa ci toglie dal mondo e ci depone su un altro pianeta, interrompendo le connessioni per i telefoni e i computer, lasciandoci soli in un silenzio smisurato, e la notte svolgendo su di noi un cielo stellato mai visto, con le stelle come punte di aghi brucianti nel nero di un buio pauroso, e Mavi e Francesca vedono una stella cadente che improvvisamente screzia quel nero: io resto in silenzio, con la testa finalmente vuota, quasi libero, intimorito e incredulo. Certo felice.
Dario, anche lui parla poco, forse memore di notti così splendenti ed oscure viste in altre vite, nella sua Sicilia.
Io in genere mi alzo presto, prima di tutti, ma la mattina del 24 il comandante è già in pozzetto e mi racconta che nelle prime luci dell'alba ha visto non solo i prevedibili assembramenti di capre e di asini attraversare la baia, ma una fila di cinghiali che forse facevano jogging e si muovevano a ritmo perfetto: il primo si fermava ogni tanto di colpo e tutti gli altri, senza il minimo ritardo, facevano altrettanto. Li immaginavo, al suo racconto, come ballerini che fanno figure di danza cinghialesca: stop, zampa destra sollevata, e tutti gli altri lo stesso, e poi via caracollando e stop, zampa sinistra, e così via.
Colazione, bagno, finalmente prima veleggiata con poco vento, e cambio di ormeggio, in una baia vicina, sempre alla boa. Per le due notti paghiamo circa 30 euro agli addetti che ci accostano con un gommone e ci lasciano una guida del Parco.
Dario telefona, ogni tanto la linea funziona, alla cooperativa che gestisce i percorsi guidati e il primo pomeriggio, puntuale, un Defender 110 ci viene a prelevare sulla spiaggia cui arriviamo con il tender. La nostra guida si chiama Fabrizio e pare competente e paziente (dote essenziale, visti i turisti predatori e ignoranti che capitano ogni tanto)e il giro ci porta dal paesino a diverse strutture carcerarie e poi attraverso la macchia sino ad un colle a 400 metri di altezza. Ci illustra le specie botaniche e animali, la storia dell'isola e del carcere, i meccanismi di gestione e recupero delle acque. Lepri, pernici, falchi: non riusciamo ad avvistare mufloni, ma l'escursione è interessantissima.
Le cene in barca sono semplici e alla buona: nonostante la cucina sia quella di un appartamento evitiamo di perderci in preparazioni, cotture, etc., tranne naturalmente il giorno in cui sono stato male, in cui un delizioso sugo ai frutti di mare, preparato da Dario colto da pietà per me che imploravo, ha accompagnato degli spaghetti e si è fatto mangiare da loro, mentre io avevo la febbre a 39 e restavo in cuccetta.
Dovete sapere che da quando i medici mi hanno imposto una dieta che praticamente elimina tutto, tranne saltuarie e ragionevoli eccezioni (che comunque non riguardano i fritti, i grassi, il burro, il maiale etc. E naturalmente vino ed alcolici) non faccio che pensare a come sono buone le cose che non posso mangiare, e così a tavola pur  convincendo gli altri a non limitarsi creo una leggera tensione che Mavi cerca di smorzare con dolcezza, Dario con autorevolezza e Francesca sbrigativamente.
"Bhé, se vuoi morire, fai pure" mi dice, oppure: "Ti prendo una badante e fai quello che ti pare".
Quello della badante è un leitmotiv ricorrente tra noi e allieta simpaticamente i nostri amici, anche se ho avuto più volte l'impressione che il Comandante fosse ormai pronto a sbarcarci senza tanti complimenti o quanto meno a strozzarmi e abbandonarmi ai pesci.
Pasti semplici, dicevo. Mentre io tentavo di convincere gli altri che vivrei solo di insalata e pomodori e che se anche non fossi malato quella è la cosa che mangerei tra tutte, e intanto adocchiavo voglioso il salamino che Dario affettava, o il bicchiere da cui un vino bianco e gelato mi lanciava segni di invito, quel poco di raziocinio rimastomi mi costringeva ad ammettere che tutti, per non crearmi problemi, si erano limitati ad una dieta poco più ricca della mia, che lo stavano facendo per me, e che io ero effettivamente un pò stronzo.
Non sono mai stato bravo a mentire, e nonostante gli sforzi si notava che erano appunto sforzi, che mi sarei divorato un bue: c'è di bello che un pò di solidarietà maschile restava comunque attiva e ogni tanto, da vero amico, Dario mi faceva assaggiare punte infinitesime di qualcosa di vietato, concendendole come ad un cane affamato che seduto accanto al padrone lo guarda implorante con gli occhioni umidi. E mi lanciava un'ostia di salame, tra gli sguardi compunti di disapprovazione delle donne.

Ma torniamo al 25.
Si decise per Bonifacio. Un porto magico, a detta di tutti, nascosto e protetto da un fiordo lungo quasi un miglio. Io ero ansioso di vederlo e Dario e mavi, pur essendosi già stati, parevano contenti di tornarci.
La partenza avvenne prestissimo per le nostre abitudini e alle 7 e 10 avevamo già mollato gli ormeggi. Era necessario arrivare presto per trovare posto, visto il consueto affollamento. Il motore ci spingeva a oltre 7 nodi senza alcuna fatica, il tempo era bello, il vento maneggevole, la pressione dal momento del nostro arrivo non si era mossa. La rotta era per 62 gradi. Dopo circa un'ora avvistammo ancora delfini, un branco che volteggiava a lato della barca e ci accompagnò per almeno 10 minuti. Arrivammo dopo circa 40 miglia a Bonifacio alle 13 e 30, con le falesie chiare visibili già da tempo che ci guidavano come un faro nella notte.
Dario, chiamata sul VHF la Capitaneria, ci fece assegnare un posto tranquillo all'inizio del porto.
Bonifacio è una cittadina nata e cresciuta attorno a fortificazioni che da sempre la proteggono e al porto protetto da ogni vento e unico rifugio sicuro nelle Bocche. Traffici e commerci sulla punta meridionale della Corsica e controllo del passaggio tra la Corsica e la Sardegna, tutte funzioni che hanno dato un aspetto caratteristico alla città, ora un pò sfigurata dal turismo. Il ricordo della presenza della Legione Straniera, da non molti anni traferitasi, è presente dappertutto e garantisce un carattere francese ad un luogo che viceversa mantiene un fondo impescrutabile, con vie che richiamano i carrugi genovesi e l'architettura di impronta toscana.
Una passeggiata, salendo dal porto al paese con un orrido trenino per turisti (identico a quelli che si trovano a Lecce, come a Pisa, come a Parigi, e dunque inquietante come un replicante) ci portò sui bastioni e sulla visione dell'ampia baia sotto il castello, e della scala del Principe d'Aragona che precipita nel porto, e poi tra viuzze e qualche negozio di buon gusto sparsi tra i tanti dispender di paccottiglia per turisti.
Io, momentaneamente senza controllo, acquistai naturalmente una piccola vendetta corsa, coltelli affilatissimi per sbuzzare con agio i nemici, e l'album di Asterix in Corsica e mi sentii del tutto realizzato, e  poi sentito in barca il meteo che accennava ad una possibilità di pioggia mi convinsi che dovevo dotarmi di una giacca impermeabile. E per puro caso davanti alla banchina c'era uno shipchandler, con bei capi che mi guardavano dalla vetrina. Ed io, sventurato, risposi: come la monaca di Monza.
Il 26 si decise per il ritorno. Il tempo effettivamente prometteva un cambiamento anche prossimo, e dunque via alle 8 e un quarto del mattino. Già dopo mezz'ora issammo la randa con una mano, prudenza che non avremmo rimpianto. Dopo un'altra mezzora, alle nove e un quarto spiegammo il genova. Il mare era poco mosso, ma il vento si manteneva sui venti nodi stabili con raffiche sino ai trenta. Dirigemmo su Punta Marmorata. Tangos ci dava a tratti oltre 8 nodi di velocità con vele ridotte e messe a segno per una navigazione tranquilla e in poco tempo ci portò al passaggio tra Spargi e la Maddalena. Il vento rinforzava e superava quasi sempre i trenta nodi.
La giornata sempre bella ci indusse a tentare di dar fondo per un bagno nella rada di Mezzo Schifo, ad ovest di Palau, ma il vento eccessivo e il suo turbinare da tutte le direzioni rendevano difficoltosa la manovra costringendoci a rinunciare. Le rafiche ora superavano spesso i 40 nodi e solo arrivati all'ormeggio, nel pomeriggio ormai inoltrato, il vento cominciò a quietarsi.
Il 27 e il 28 era tempo decisamente brutto ed io ne approfittai come ho detto per ammalarmi di colpo in modo da non recare all'equipaggio turbamento e soprattutto, lo confesso, per non dare motivo al siciliano di fare il volto grifagno manovrando pericolosamente le sopracciglia. Furono tutti carini e pazienti, forse irretiti dal soave influsso di Mavi che con le sue alucce di angelo spargeva tranquillità e assopiva i violenti.
Dopo la gita nell'interno del 28, il 29 siamo pronti di nuovo ad uscire, e un pò a vela un pò a motore in tutto comodo arriviamo a Caprera e diamo fondo nella cala Garibaldi, non troppo affollata, e passiamo lì una giornata deliziosa.

Tralasciando il fosco 30 si arrivò al 31, ultimo giorno del mese. I foresti cominciano a svernare, noi ci prepariamo ad uscire dalla nostra comoda base. Il bel tempo pare ristabilito, la pressione è però risalita e annuncia il passaggio di un fronte caldo e l'approssimarsi di un nuovo cambiamento, come le carte in quota confermano. Si parte alle 11 e trenta con poco vento con la randa con una mano e il genova, ogni tanto smotorando. Passaggio a Budelli ma ancora troppa gente: dirigiamo su Santa Maria e diamo fondo alle tre meno dieci del pomeriggio a Cala Muro.
In genere a quell'ora io riemergo dalla cuccetta, dove mi rintano per un riposo pomeridiano che mi è divenuto necessario e che pare non alterare i delicati equilibri che si sono andati stabilendo e assestando. Sono sempre esitante tra il desiderio di dare una mano e la paura di essere di intralcio, e mi limito a fare le cose che mi dice Dario, che mi segue vigile e attento.
Alle 18 si riparte e dopo circa mezz'ora siamo all'ormeggio.
Il giorno successivo, 1 settembre, il tempo comincia a mostrare segni di cedimento ma il pomeriggio è sempre bello e ventoso e dunque si esce.
Francesca e Mavi ormai affiatate eseguono rapidamente e quasi automaticamente le manovre, io sono sempre più tra i piedi anche se ormai dopo quasi due settimane ho riacquistato se non la forza fisica la padronanza psicologica dell'imbarcazione della sua conduzione e dei miei muscoli, sollecitati nei posti più impensati.
Pace e tranquillità: e riesco a tenere lontane le cose da fare, a fare il vuoto nella testa, e se non fosse per quel bisogno residuo che mi spinge la mattina presto a prendere per gli altri paste e dolci che non degno di uno sguardo e a cercare giornali e notizie in modo nevrastenico potrei stare sempre in barca, senza uscire e fare nulla se non veleggiare, oziare, leggere i tanti libri che mi sono portato dietro.
Mi capita spesso di pensare che mai come in quest'anno di limitazioni crescenti e di malattia sono riuscito a fare vacanze e viaggi. Da Parigi all'Austria e adesso la Gallura in barca e in mezzo, tra un viaggio e l'altro, la campagna dove esercito con convinzione il mio ruolo di gentleman's farmer anche se mi mancano i cavalli e provvisoriamente anche i cani.
Dunque anche il primo settembre uscita e bagno a Cala Portese. Ne approfittiamo per rifare il pieno. Tangos consuma pochissimo ma comunque tra quarti di serbatoio sono pur sempre 128 litri.
Al ritorno ci siamo fatti furbi, e se il vento è eccessivo o sfavorevole per ormeggiare tranquillamente aspettiamo che si calmi, cosa che avviene sempre verso le sette di sera.
Si cena, stanchi, e come sempre le ragazze si mettono a giocare a carte, ed io e Francesca offriamo agli amici la solita gag delle medicine, in cui è previsto io faccia la figura del deficiente e Francesca minacci come al solito di affidarmi ad una badante. La malattia offre queste piccole soddisfazioni.
Il giorno dopo una sottile malinconia comincia a filtrare tra di noi: si avvicina la partenza ma le due ultime giornate sono animate dalla Perini Cup, una regata di barche a vela da sogno costruite dal cantiere per cui lavora Dario: mostri straordinari, tra cui spicca il Maltese Falcon, una nave di ottanta metri con tre alberi a vele quadre, in cui gli alberi ruotano e dai pennoni escono a comando le diverse vele, il tutto assistito da computer. Seguiamo la partenza e facciamo delle foto e benedico la pazza idea che ho avuto di trascinarmi dietro un obiettivo di 300 millimetri, pesante come un lanciarazzi. Quando sono passate e maestosamente si allontanano andiamo a fare il bagno a Liscia di Vacca, un altro di quei posti il cui nome, da solo, è capace di scagliarmi in orbita a immaginare avventure di mare.
Il 3 settembre è sabato. Partiamo alle dodici per Porto Cervo e assistiamo ad un'altra partenza e ad altre straordinarie evoluzioni della regata, il Maltese Falcon orienta le vele vicino a noi, e nel farlo intercetta ogni gradazione del bianco e del grigio sulle sue vele candide e sugli alberi splendenti, e a ogni cambiamento di rotta si ferma un attimo e poi, improvvisamente, si muove come se un soffio tutto suo lo spingesse, come se Eolo in persona lo spostasse di peso sull'azzurro del mare.
E' uno spettacolo indimenticabile.
Mavi e Dario festeggiano sempre il giorno in cui si sono sposati, e non dimenticano mai una data importante della loro storia insieme: io con loro mi sento sempre una bestia, spesso dimentico di anniversari, date importanti e simboliche e Francesca, dal temperamento non sentimentale ed anzi duro come quello di un guerriero, non mi viene in soccorso. Sovente coinvolgono gli amici e in quella occasione ci siamo noi: sarebbe il giorno successivo il loro anniversario, ma la cena che intendono offrirci ed offrirsi la anticipano alla sera prima, per poter domenica andare a dormire presto dopo aver sistemato tutto. Il traghetto partirà da Olbia alle 8 del mattino.

Lo Stazzu ci accoglie tra rovesci di pioggia, alla fine arrivata, tra olivastri mirto e cespugli odorosi da cui l'acqua improvvisa estrae profumi di macchia che ci  alitano tutto intorno.
Ci affrettiamo perciò ad entrare, bagnati come pulcini ed io per soprammercato ferito gravemente da un ombrello che si rifiutava di farsi prendere: le cicatrici di mille battaglie con spine di rosa, angoli feroci, punti di cucitrice, ombrelli fetenti disegnano ormai una splendida mappa sul mio corpo stanco.
Ma appena seduti dimentico della colluttazione con l'ombrello esprimo con semplice concentrata passione tutta la mia voglia di esplorare le tante vie di godimento che il menù ci mostra: in questi casi la salivazione aumenta a dismisura e una vena poetica si desta rendendomi gastronomicamente lirico ma mi limito con uno sforzo erculeo e Francesca pare soddisfatta di come mi comporto, ma straparlo di cibo, preparazioni, ricette e gli altri mi guardano con un'ombra di riprovazione.
Un antipasto leggero e gustoso mi fa finalmente tacere. Quando è il momento dei secondi Dario interviene per offrirmi consigli e sottili analisi di quello che, non posso non riconoscerlo, è un atteggiamento un pò da coatto.
"Vedi Luigi, tu ti concentri troppo sul cibo e su quello che non puoi mangiare. Devi darti una misura e accontentarti di quello che hai" fa Dario benevolo.
"Hai ragione, ma dovresti capire..." provo io a dire.
"Mangiare poco ti fa stare meglio" e gli altri assentiscono con cenni del capo "E poi il controllo è tutto" aggiunge Dario ed io non credo ai miei occhi quando non una porzione di porcetto (a questo ero preparato) si fa mettere nel piatto, ma due insieme in una sperlonga che trabocca di carni tenere come burro che lui aggredisce con energia,divorando con attenzione e scrupolo tutto, proprio tutto, e dispensandomi altri consigli di vita tra un boccone e l'altro, ed io mi sento  un affamato che occhieggia la pelle croccante, le piccole ossa spolpate con metodo, sentendo un profumo da campi elisii, mentre bofonchio che ha proprio ragione.
Insomma la cena è squisita e ad ogni buon conto anche io, per quanto mi è concesso, ne approfitto. Alla fine siamo tutti in pace e si chiacchera delle relazioni che ognuno di noi ha stretto nel tempo con l'altro o l'altra, degli anniversari, dei nostri matrimoni.
Francesca ama la tempesta e la lotta, da vero maschio mancato in un corpo e in un'anima da femmina altrettano vera, e l'atmosfera che rischia di diventare melensa decide di movimentarla con una serie di osservazioni che colgono il siciliano davanti a lei in contropiede. La discussione si fa ricca e articolata, poi serrata, infine si riduce ad un corpo a corpo tra lei e Dario che comincia a fumare come il suo vulcano, mentre la Santa sparge olio intorno alla barca per quietare le acque, ed io ascolto un pò divertito, un pò incazzato.
Alla fine i coltelli vengono riposti nei foderi, e i due porcetti calmano Dario, e Francesca dopo aver giocato a chi ce l'ha più duro lascia la contesa con suprema indifferenza.
Una cena indimenticabile anche quella, per il cibo, il luogo e l'appassionante controversia che ha assunto a un certo punto come tema di confronto la mia modesta persona, tapino che sono...
Il giorno dopo la realtà si incarica di richiamarci tutti a doveri impegni e problemi, che comunque ogni tanto avevano tentato, senza troppo successo, di aprirsi un varco anche nei giorni precedenti, ad esempio con la mamma di Dario che improvvisamente decide di stare male (lei, come anche mia madre un tempo, è in grado di farsi venire i mali più incredibili per alimentare il senso di colpa nei figli) e di finire in ospedale dove ovviamente provano ad ucciderla oppure con la straordinaria storia delle tasse che devo pagare in Grecia pena una multa salatissima ma che non posso pagare perchè l'Agenzia  delle Entrate greca non mi comunica il codice che devo citare.

Domenica, come previsto, lavoro e preparazione della Land che si stupisce di caricare più roba di quella che avevamo portato, e poi silenzio ma questa volta silenzio solo dell'anima, perchè una brigata di britanni cafoni peggio di un romano acquisito (i veri romani de Roma sono rimasti pochissimi e sono squisiti ed eleganti plebei)pensa bene di ululare alla notte, di ruttare risate sguaiate, di emettere borborigmi e cachinni ad altissimo volume, impedendoci di dormire e profanando la calma e la pace del luogo.    Ancora con gli occhi cisposi e la mente rivolta a pensieri di strage, la mattina successiva partenza all'alba, ognuno perso in sé stesso . Dario non mi ha espunto dall'albo degli amici, ed io non posso dire banalmente che si sono trattati di quindici giorni straordinari: devo dire che se essere malati permette alla buona sorte e ai buoni compagni di offrirmi occasioni del genere, tanto vale restare malati. Magari aggravandosi anche un poco, non troppo.

domenica 11 settembre 2011

STORIA FUTURA DELLA FINE D'ITALIA

Nato come un saggio, per un numero di Palomar che non è mai uscito, questo testo si è disseccato e contratto nel corso degli anni, man mano che i fatti della vita politica e sociale del nostro paese mostravano via via sempre meglio quanto qualsiasi testo fosse impari alla realtà che andava dispiegandosi: è rimasto, ancorato al concetto di fin de siècle, quel rimando all'Europa felix sulla soglia del baratro. Ci risiamo, ma questa volta l'abisso è solo per noi, e se trapela qua e là un sorriso un pò beffardo, forse addirittura sereno, a mutare il ghigno di orrore e disperazione in una composta accettazione dell'inevitabile è perchè si sottintende che la dissoluzione di questo paese di sarti di ladri di corrotti e imbecilli non possa che giovare non solo a quell'Europa di cui facciamo ancora indegnamente parte ma anche, individualmente, ai tanti di noi che vorrebbero tornare a vivere e a lavorare in una società civile. Niente citazioni, e neppure un nome : basta con gli autori, gli studiosi, i pensatori. Basta con le fini : di secolo, di millennio. Provare con gli inizi - questo mi è parso più originale e soprattutto più necessario - in un grande silenzio, in una pausa dilatata, in un volontario isolamento. Pensare da lontano , guardare da lontano.Mi allontano con infinito fastidio dal circo del pensiero che si interroga sulla fine del secolo, che non può fare a meno di bilanci, rendiconti. Fare il punto su qualcosa che finisce : ecco una tentazione cui non si può resistere, e a cui non è pari la vanità di nessuno.
Mi sforzo di fare il vuoto, di affrontare in perfetta solitudine l’argomento. Aggiungerò alle altre innumerevoli la mia voce facendo finta che sia l’unica, ma so già che non è possibile evitarle, che non sarò in grado di ricacciare indietro quelle che mi sorgono da dentro, i rimandi infiniti a ricordi che non sappiamo più se nostri oppure no, a frasi a discorsi che increspano e screziano il velluto uniforme di una riflessione impossibile. E’ appunto una delle maledizioni del novecento, non poter pensare altro che il pensiero.
Chi l’ha detto - Con queste citazioni puntellerò le mie rovine ? Mi ha accompagnato per anni, mi ha fatto da guida - forse Eliot ?
Ma una domanda la voglio estrarre dal mucchio : perché tutti hanno rinunciato, con un sospetto e silenzioso consenso, ad utilizzare quel comodo termine, che spesso a sproposito si intinge in ogni salsa quando si parla del secolo scorso nel suo aprirsi sul novecento : fin de siècle ?
Si dirà forse che l’incanto di quegli anni, la spensierata felicità che il senso storico comune gli attribuisce, sono in realtà esagerati per dipingere meglio, in contrasto, la tragedia della grande guerra che ha cambiato l’Europa e inaugurato il secolo che finisce ora ? Appunto per quell’ambiguo richiamo ad un pericolo latente bisognerebbe oggi con scrupolo tornare a quelle parole leggere come spuma : sapete cosa ci aspetta ?
Negli archivi di Babele, oggi perdute e domani profetiche, non mancano certo le voci di chi avrà anticipato con rigore la storia del prossimo secolo, così come cento anni or sono aveva fatto Nietzsche.
Se ci manca il dono della profezia, abbiamo tuttavia segni prognostici in abbondanza per tentare qualche anticipazione. Eppure quanta fatica nel pronunciare queste parole, così dissimili da noi ! Viviamo in una cultura dell’inventario, del riepilogo, anche della prospettiva, ma tutta all’indietro, rivolta alle nostre spalle, e per colmo arricchita da risorse inutili dell’intelligenza, da una passione classificatoria cui sfugge il domani prossimo e che analizza e ricostruisce in ogni più minuta particola lo ieri.
Antivedere, prevedere, presentire : ecco il grande traguardo cui piegare oggi la capacità di stare nel mondo. Non la psicostoria della fantascienza, trionfo del determinismo ottocentesco, ma una “prostoria” che delle onde lunghe sappia descrivere con taglio probabilistico anche la parte che ci sta trascinando e quelle che seguiranno.
Non solo il presente come storia, grande conquista della riflessione del novecento su stesso, ma anche il futuro come oggetto di investigazione.

La poesia di Kavafis sui barbari alle porte inaugura il secolo e prefigura il movimento incessante del desiderio che si maschera da terrore : è il filo conduttore del novecento.
E’ anche una citazione, detrito scelto ed estratto da una immensa rovina, e ancora un impegno non rispettato, perché quel vuoto cui facevo cenno, quell’assenza di presupposti, quel tentativo di pensare da zero , quella felice ipotesi di un silenzio che dia senso ad una voce quale che sia, insomma tutti i termini di una promessa che non arrivo a rispettare sono per l’appunto gli elementi costitutivi di un grande sogno, di una utopia in cui il secolo ha creduto più di quanto si sospetti, e che ha sostanziato le altre, le utopie di liberazione del lavoro e di azzeramento dei poteri che nei libri di storia trovano il momento simbolico di coagulo nell’ottobre 1917.
Accumulo, ingorgo dei pensieri, mole smisurata e inconoscibile, concerto assordante : il peso del passato e i tentativi di liberarsene, il gesto felice, irridente e fallito dei futuristi - non sono tutti gli elementi di quel fastidio, di quel disagio, di quel senso di soffocamento, cui si è voluto opporre, con tenacia, con cieca determinazione, con costanza e continuità, insomma con l’eroismo che è un’altra cifra di questa modernità, in politica come nell’elaborazione letteraria del reale, nel campo della visione come in quello della musica, una drastica semplificazione, un ripensamento alla radice, un’orgogliosa ripulsa degli antichi maestri ?
Era questo che attendevano i cittadini della poesia di Kavafis, e la paura era il brivido del desiderio, il travisamento socialmente accettabile di un bisogno che per essere collettivo era non meno segreto e inconfessabile.
Ma appunto quei barbari non sono arrivati . Ne sono arrivati altri : cittadini mutanti invece di selvaggi e liberi scorridori, espressione deturpata e corrotta di quella stessa polis i cui membri si assiepavano sulle mura per vederli invano arrivare da lontananze insondabili. Se i barbari non sono arrivati, se la semplicità non si è instaurata, se la storia non si è azzerata per poter ricominciare è perché noi ci siamo imbarbariti , il mondo si è fatto complesso in modo irredimibile, la storia continua tuttavia.
Cento anni è la risposta sbagliata, lo sappiamo da tempo. Hobsbawm propone un secolo breve, che inizia il 1914 e termina con la caduta del muro di Berlino. Foa ritiene che la data di inizio non possa che essere antecedente all’insieme delle cause che hanno condotto alla grande guerra, e ipotizza il 1896, che costituisce in effetti per l ‘Europa un punto di snodo del ciclo economico. Ma il 1896 è anche l’anno di Adua, l’anno cioè in cui la grande avventura coloniale che ha attraversato l’ottocento non solo politicamente ma anche nella cultura, nei costumi, nell’immaginario di massa, trova la sua brutale (a poca distanza di tempo dai drammatici avvenimenti del Sudan) e poco gloriosa fine. E il 1896 è anche l’anno di Creta, del primo tentativo di azione concertata per garantire la pace, cui l’Italia partecipa con grande rilievo - e del cui sforzo resta agli atti non molto più del malinconico ricordo di Bobulina in Zorba il greco - inaugurando la stagione della concertazione internazionale in funzione di mantenimento della pace che alla fine del secolo caratterizzerà il lungo secondo dopoguerra.
E invece è finito con il ’68 il novecento. Siamo già nel duemila da ben più di dieci anni e non ce ne eravamo accorti.
Chi ricorda l’orribile società civile ? Emerge con forza una frase di Leopardi, che diceva : “la società stessa, così scarsa come ella è, è un mezzo di odio e disunione, accresce esercita e infiamma l’avversione e le passioni naturali degli uomini contro gli uomini”.
Ecco perché saremo i primi ! Al movimento generale che trascina tutti noi aggiungiamo del nostro.

domenica 14 febbraio 2010

IL SENSO DELLA POLITICA

Il breve testo che segue risponde in modo forse troppo semplificato e risentito ad una serie di domande sul senso della politica, ed è apparso sul numero 6 de L'Arsenale delle idee, assieme a molti altri contributi (tra cui quelli di Gianfranco Fini, di Claudio Burlando, di Roberto Formigoni, di Barack Obama). Ne fanno le spese i partiti politici, i loro dirigenti, i loro sodali.

Come rispondere in modo convincente e logico a domande tanto impegnative? Domande in cui si riassume lo smarrimento e lo scontento di tanti di noi, semplici cittadini, amministratori, gestori, politici, posti di fronte ad una generale caduta di senso, di stili di vita, di prospettive.
La prima risposta che mi sorge sulle labbra è dunque che le domande -ognuna se accolta singolarmente in grado di richiamare l'attenzione su un problema che cerca una soluzione- legate tutte assieme presuppongono troppo dagli interpellati e forse scontano già in anticipo quel senso di impotenza che ci coglie davanti a compiti troppo complessi.
Ritengo che non debba essere questo l'esito perchè sono convinto che basti per dipanare una matassa così aggrovigliata cominciare da pochi fili.
Il primo e più importante credo sia quello delle forme del fare politica, dei sistemi di aggregazione e organizzazione: insomma dei partiti.
I partiti: oggetti ingombranti che dovrebbero essere ripensati ed avviati ad una dolce estinzione. Macchine di sostegno, difesa e promozione di interessi, nate nella seconda metà dell'ottocento per dare sostanza alla conquista di forme di rappresentanza democratiche, ma nate quando il sistema della comunicazione e dei media quale lo conosciamo oggi non esisteva, nate quando gli interessi che si facevano valere erano sostanzialmente economici e dunque eredi in qualche modo anche dei precedenti meccanismi di difesa e tutela delle corporazioni e dei ceti.
Oggi costituiscono il principale ostacolo al pieno dispiegamento di forme di democrazia basate sulla partecipazione responsabile e attiva- se pur mediata- dei singoli cittadini alla gestione della casa comune. Divoratori di risorse pubbliche ma più ancora intercettatori implacabili dell'impegno informale ma tanto più convinto ed efficace di chi ritiene di collaborare per la comunità, bloccano filtrano e selezionano il personale politico e creano quei guasti a catena che ben conosciamo: la politica come professione, la politica come separatezza rispetto alle forme del vivere quotidiano, la politica come arroganza.
Ridefinirne il ruolo come semplici momenti di raccordo e comunicazione e riconoscere viceversa l'apporto decisivo delle aggregazioni informali, dei comitati, insomma dei gruppi a geometria variabile, nati magari per affrontare un singolo problema, ancorati alla dimensione locale, quella riconoscibile della vita di ogni giorno, ma capaci di evolversi di proiettarsi su scala nazionale o globale se messi in rete e interconnessi: ecco, io penso, la sfida che dobbiamo porci.
Non è il mito di una democrazia da internauti ma un ritorno indietro, un salto nel passato. reso possibile da nuovi strumenti, per fare un balzo verso il futuro.
Ed ecco che intorno a questa sollecitazione si raccolgono almeno parte degli altri problemi e delle domande che ne nascevano: ne sortirebbero il ruolo dei media ridefinito e ridimensionato, l'etica riportata con naturalezza in primo piano (e non per proclami che ci inducono al sorriso e al sospetto), l'arena in cui dispiegare il proprio impegno e su cui esercitare la propria attenzione e vigilanza ravvisata senza difficoltà in quella immediatamente intorno a noi, il nostro quartiere, la nostra città, l'ambiente in cui viviamo, i servizi pubblici che adoperiamo, il nostro lavoro: e da lì, per generalizzazioni successive, per collegamenti a relais con gli altri, partire per affrontare il mondo e la sfida della modernità.
E così anche la domanda su come si forma una classe dirigente sfuma nell'evidenza della risposta: la classe dirigente, per quanto riguarda naturalmente la politica in quanto tale,non si crea, non si alleva, si forma dal basso: e solo chi fa politica mantenendo lo stretto rapporto con la propria professione e il proprio posto di lavoro (che si sia liberi professionisti o operai) anche se debba per un certo periodo rinunciarvi, solo chi sa che non avrà altro compenso che quello dell'ultimo stipendio, solo chi sa che non potrà dedicarsi a tempo pieno ed in via esclusiva alla politica per più di un mandato, solo chi si troverà in tale situazione e nonostante ciò senta di poter dare un contributo alla politica (“le cose della città”), solo costui sarà libero e consapevole “dirigente”.
La semplicità spesso è compito difficile. E non ignoro che questa provocazione nel prendere le mosse da una situazione di fatto che pare non aggredibile, in cui decine e decine di migliaia di persone trovano una fonte di guadagno, di potere e di identità ipotizza uno scenario negli esiti ultimi di tipo rivoluzionario, anche se non violento (ma le uniche rivoluzioni che riescono sono appunto quelle non violente). Soprattutto presuppone una messa a punto ex-novo di tutte le articolazioni dell'amministrazione pubblica per garantire comunque una ordinata gestione di quel sistema complesso e delicato che è uno stato moderno. E in fondo presuppone anche un ripensamento di quella distinzione, anch'essa ottocentesca, anch'essa apparentemente di senso comune, tra politica e amministrazione, tra gestione e indirizzo politico, tra i massimi sistemi e la banalità del vivere in società.
Tutto vero: ma se non vogliamo che il disgusto e il disinteresse che la gente comune (che non ha nulla in verità di comune: milioni di persone in Italia lavorano con gli altri e per gli altri, praticando ogni giorno quei “valori” di cui troppi parlano) prova nei confronti della politica e del ceto politico crescano sino ad infettare il paese, è necessario avere il coraggio dell'impossibile.
In questi giorni si celebrano i vent'anni dall'abbattimento del muro: un caso impossibile, una rivoluzione pacifica che ha azzerato di colpo non solo una classe politica e dirigente ben più pervasiva della nostra, ma un intero stato. Lo spirito del mondo sa rivelarsi attraverso modi imprevisti. Penso che occorra assecondarlo con intelligenza e prudenza.

Pubblicato in L'Arsenale delle idee, numero 6, 2009

domenica 1 novembre 2009

COMUNICAZIONI di SERVIZIO

RISERVATO agli STUDENTI del CORSO di COMUNICAZIONE POLITICA
ANNO ACCADEMICO 2009/2010
UNIVERSITA' di PISA


Sono disponibili alla consultazione, nella sezione "Università di Pisa Comunicazione Politica", il Calendario degli Esami; gli Schemi (2 files Power Point) delle prime lezioni e l'elenco dei Testi

VENDICAZIONI:IN FORMA DI PRESENTAZIONE

ISTRUZIONI PER L'USO

Un pesce enorme, goloso e cattivo sta per ingoiare una piccola barca: quella delle notizie false e confuse, della chiacchera inconcludente, dello sciocchezzaio. L'illustrazione, opera del pittore bolognese Bruno Pegoretti, rimarrà a lungo all'ingresso di questo blog, ma campeggia anche, se pure ridotta e meno leggibile, sulla copertina del mio libro di racconti che esce in libreria in questi giorni. Vendicazioni, appunto: brevissimi sketch, attraverso cui cogliere dolcissime vendette o prefigurare esiti più o meno catastrofici ad un mondo che forse è pronto a sostituirci con cani improvvisamente sapienti. Lo spirito acre e un pò astioso mi accorgo di averlo messo da parte solo quando diventano protagonisti uomini che con il loro fare producono senso e bellezza: artisti come Nicola Zamboni o Bino Bini aprono inaspettati scorci di un mondo diverso, e si placa il dispetto.
Il libro è pubblicato da Manni di Lecce ed una scheda succinta è disponibile alla pagina http://www.mannieditori.it/index_x.asp?id=1270&contenuto=dettaglio_libri.

QUALCHE CONSIDERAZIONE DI DETTAGLIO AD USO DEL LETTORE PAZIENTE

Questi brevi testi -esito a chiamarli racconti- nascono dalla convergenza di uno stato d'animo e di una riflessione critica sul senso della produzione letteraria oggi. Lo stato d'animo, innanzitutto: era, ed è, quello di una esasperazione indignata, di una insofferenza anche un pò sbrigativa nei confronti di forme di vita associata che deploro e detesto ogni giorno di più e che producono miseria, incomprensione, stupidità organizzata e trionfante, intolleranza, tutto tenuto assieme da quella presuntuosa ignoranza e dispetto per la cultura che sembra il tratto distintivo del medioevo prossimo venturo. Ho provato, nello scriverli, il gusto della vendetta della pazienza tradita, il piacere di dare forma sia pure appena abbozzata ad un giudizio sommario che scavalca e dimentica le analisi politiche, le ragioni di una critica a "questa" società che ho coltivato per decenni con studio, impegno,preoccupazione. E' uno stato d'animo prepolitico che non può che far ricorso a forme preletterarie, in cui la finzione narrativa e il gioco dello stile diretto e indiretto, le convenzioni sofisticate cui siamo ormai abituati, insomma tutto l'armamentario del "letterario", cedono alla rozza semplicità dell'invettiva, alla pura ostensività dei fatti, all'apologo. E alla forma dell'apologo ognuno di questi micro-racconti deve qualcosa. Se i fatti sono estratti perlopiù dalle cronache dei giornali locali (ma anche da racconti di amici o da alchimie del vissuto) è per l'assunto provocatorio che nelle notizie minime di vita quotidiana spesso si cela il senso di un giudizio storico severo, addirittura il segreto dell'idiozia universale, della invincibile renitenza dell'uomo associato all'esercizio della ragione e della memoria. Così talvolta il "quod erat demonstrandum" finale si fa palese, assumendo la forma di un sarcastico motto di spirito, di un amaro rendiconto; talvolta rimane implicito in uno sconfortato suggello, come chiusura improvvisa del discorso quando le parole mancano. La mancanza di parole rimanda alla riflessione critica sulla letteratura. Se la forma appena sbozzata è la conseguenza in qualche modo obbligata dello stato d'animo di cui parlavo prima, essa ritengo sia anche, per vie diverse, il punto di approdo (meglio: uno dei possibili) di un modo di fare letteratura che provi a dare un senso ai suoi prodotti. Se la ragione latita, se la memoria si perde, se la sensibilità di tutti è sovrassaturata da impulsi segnali immagini che ci rendono incapaci di concentrazione di attenzione prolungata, insomma del paziente esercizio di quel rito in cui consiste la ricezione del testo, la sua lettura, il lento smarrirsi nei meandri della diegesi, il consapevole apprezzamento degli elementi connettivi che lo innervano e lo sostengono; se la fuga dal mondo in cui consiste la lettura e il suo piacere sono ostacolate e rese impossibili, che senso hanno le vecchie forme se non quello di ribadire e confermare la crescente divaricazione tra una minoranza sempre meno numerosa di lettori colti e addestrati (fatta in buona parte da addetti ai lavori) ed una stragrande maggioranza di analfabeti di ritorno, di anaffettivi per troppe stimolazioni, di ignari, di ignoranti? E' in questa divaricazione che intravvedo il nuovo medioevo, in questa crescente separazione tra i clerici e le plebi indotta promossa e voluta da una società dei consumi che si assume universale e pervasiva ma non per questo meno stolta. Di fronte a tanta abbondanza, a tanto clamore, a tanti segnali mi sono convinto che solo meno di tutto può aiutare: meno cose ma anche meno parole, ridotte all'essenziale, in forma di frammento. Sia la narrativa che la poesia dovrebbero a mio avviso misurarsi con una misura (di tempo di lettura, di attenzione, di nessi interni) fatta di poco, quasi di nulla. Icasticità, essenzialità, semplicità, brevità: togliere, levare, abbassare la voce, approssimarsi al silenzio. Questo mi pare oggi l'impegno più arduo per la letteratura.

JOSEPH BEN MATTHIAS

Joseph Ben Matthias si sporse dalle mura e osservò il piccolo drappello di cavalieri che li teneva sotto osservazione e improvvisamente si accorse dell’ordine perfetto con cui si erano disposti, dei colori uniformi delle vesti che indossavano, dei piccoli scudi tutti uguali appesi alle selle.
Tutti uguali, tutto in ordine, tutti schierati in fila senza che nessuno comandasse o gridasse: era questo il segreto di Roma? L’ordine, l’efficienza, l’organizzazione?
Buffo, pensò, non mi aveva tanto colpito la potenza di Roma quando vi ero arrivato ed ero stato presentato a Nerone. La magnificenza dei palazzi, l’enormità della città, una corte imperiale al cui confronto quella di Agrippa pareva una cosa misera, tutto mi aveva colpito ma non intimorito. Ed ora pochi cavalieri, un particolare insignificante di quella macchina di potere e dominio, mi fanno esitare…
Si sfilò la spada dal collo, ne strinse l’elsa, provò a ricordare quello che aveva provato quando aveva deciso di unirsi agli insorti, di ritagliarsi un ruolo di comando in una guerra che gli era parsa gloriosa. Gloriosa e vittoriosa. In fondo chi avrebbe pensato che per pochi giudei in una remota provincia ci si sarebbe tanto dati da fare? Un compromesso, una indipendenza formale sotto il protettorato di Roma: un accordo, come non trovarlo?
Il trambusto che saliva dal vicolo che portava alla postazione sulle mura fu improvvisamente presente alla sua mente come un monito beffardo: eccoli lì, si disse, a litigare tra loro, a disputare di strategia, a contestare i pochi che sanno di armi e battaglie e che provano a dare ordini.
La piana lungo le sponde del lago era una vista magnifica, e noci fichi e palme punteggiavano quella cortina verde che si parava ai suoi occhi e gli ricordava imperiosa una pace operosa. In fondo perché non trovarla e cullarla sotto lo scudo di Roma come avevano fatto tutti i popoli che conosceva? In quella distesa silente piante tanto diverse prosperavano insieme come nell’impero da cui aveva voluto, lui assieme a tanti altri, prendere orgogliosamente le distanze.
Si riscosse e sospirando guardò gli armati schierati lungo quel tratto di mura: ognuno abbigliato in modo diverso, alcuni con protezioni raffazzonate, qualcuno con pezzi di armatura sottratti chissà dove, tutti con spade archi daghe giavellotti distribuiti senza senso. Pastori, pescatori, mercanti: ecco cosa erano e il febbrile entusiasmo con cui brandivano le armi insolentendo e minacciando gli imperturbabili cavalieri, laggiù, fermi in quell’ordine gelido e tranquillo, gli fece tenerezza e rabbia.
Magdala brulicava di guerrieri improvvisati, di geniali strateghi, di profeti vaticinanti, di popolani indifferenti al delirio degli zeloti e pronti a scendere ad ogni compromesso. Una turba, non un popolo. Una voglia non un progetto li guidava. Neppure un’ombra di strategia e di coordinamento tra città che si odiavano.
E mentre ripensava alle astuzie di cui aveva dato prova a Tiberiade, e non sentiva più l’usato orgoglio, si accorse di guardare con stupefazione le gambe di un ragazzo avvolte da schinieri, come un eroe omerico.
Fu quello il colpo che lo trafisse e lo indusse a lasciare risolutamente la città condannata: da quale tempio, da quale passato, da quale idea, erano emersi quegli schinieri? Per fronteggiare soldati di professione, macchine da assedio, tattiche di combattimento messe a punto in secoli di esperienza, sistemi di trasporto e di vettovagliamento che macinavano centinaia di miglia come niente, con quale coraggio un ragazzo poteva ricorrere a degli schinieri?
Non passarono molti giorni da quella fuga mascherata da ragioni di guerra: Vespasiano si era accampato e fortificato con tutta la perizia e la prudenza che aveva fatto la gloria delle legioni, e suo figlio Tito non tardò ad effettuare una dimostrazione in armi sotto le mura con seicento cavalieri.
A migliaia uscirono da Magdala e si schierarono a caso di fronte alla città, mentre ancora fervevano, tra i capi o tra coloro che si credevano tali, le discussioni sulla strategia da adottare. Erano tanti contro pochi, erano troppi, erano condannati. Ricacciati indietro e fatti a pezzi si rifugiarono verso luoghi che non erano stati previsti, predisposti, organizzati al bisogno, chi verso la città, chi verso il lago, e solo con grande fatica riuscirono grazie al numero a trovare requie.
E mentre nella città rialzavano la testa i tanti che volevano arrendersi, e il confronto si faceva più aspro e si poneva mano alle armi, Tito individuò con occhio sicuro il punto in cui gli sforzi di Joseph ben Matthias, comandante ben intenzionato e incapace, intellettuale inutilmente prestato alle minuzie e alle sottigliezze della guerra, non erano riusciti a completare la missione che si era sconsideratamente dato di fortificare la città. Dalla parte del lago le mura erano incomplete perché tutti avevano considerato impossibile un attacco in forze da quel lato. E come a Masala, dove di lì a pochi anni si sarebbe dimostrato che non esiste luogo imprendibile per un popolo di ingegneri edificatori e muratori, così, con tanta maggiore facilità, a Magdala si parò di fronte agli attaccanti un mezzo per forzare l’ingresso.
Oltre seimila furono i morti: e molti furono coloro che si illusero, salendo sulle barche che erano pronte, di essere scampati ad un esercito che non aveva con sé alcuna imbarcazione. Con ordine e imprevista perizia i genieri si diedero a costruire zattere su cui presero posto i soldati e da quelle piattaforme, stabili e sicure, massacrarono con metodo e professionalità gli improvvisati guerrieri, che nel momento supremo, di fronte alla morte, tornarono per un attimo contadini pastori pescatori e mercanti.
Joseph ben Matthias, sopraffatto dal rimorso, dimenticò pian piano di essere stato un generale inetto. Riuscì ad evitare la morte per mano del nemico e il suicidio cui alla fine si abbandonarono gli ultimi scampati grazie alla sua esortazione a non togliersi da sé la vita, ma a farsi uccidere ognuno da un compagno. Rimase ultimo e vivo. E perdonato divenne, da allora, Flavio Giuseppe.
Quanto agli altri, agli innumeri altri, senza nome, non fu per il coraggio dimostrato, che non vennero dimenticati, ma per la follia di porsi contro Roma senza una strategia militare, senza preparazione, senza alleati. Fu il pressappochismo e l’orgogliosa incapacità di fare della guerra un mestiere a consegnarli alla storia e alla nostra stupita memoria.
inedito

MORTE DI RUPERT BROOKE

Rupert Brooke morì in un giorno di aprile del 1915, a ventotto anni, nel silenzio della baia di Tris Bukes, mentre il convoglio di cui faceva parte la sua nave era diretto verso l'insospettabile e inatteso macello di Gallipoli: inglesi e francesi avrebbero scoperto Mustafa Kemal e la rinascita turca e Churchill la sua prima sconfitta. Un destino derisorio l'aveva deposto nell'unica isola in cui un eroe omerico aveva tentato invano di sottrarsi alla guerra mentre lui ci sarebbe riuscito morendovi.
La nave ospedale aveva dato fondo in quell'ancoraggio tranquillo la sera prima, e Skiros era apparsa a lungo sfolgorante con le sue case bianche aggrappate al cono perfetto della montagna, illuminata con violenza dagli ultimi barbagli di sole mentre in basso la notte avanzava come un manto di velluto che ricoprisse in un silenzio stupefatto la terra.
Quello era l'Egeo, quella notte era quella cantata da Omero e fu l'ultima che vide prima dell'incoscienza e del riposo tra le ombre. Dimenticò insieme i mari del sud in cui aveva viaggiato, e la sua Taatamata, dimenticò di aver pensato di restare lì per sempre, come Stevenson che aveva invidiato e detestato, dimenticò i suoi vagabondaggi attraverso una Francia e una Germania ancora in pace, dimenticò il King's College e i suoi compagni e le serate alla Fabian Society e Ka Cox.
Dimenticò tutto per concentrarsi su quella baia immortale cui non sapeva di essere destinato, sulla notte che scivolava sulle rena bianca e così incredibilemte fine. Come un vaporoso tappeto tra il nero del mare e il verde cupo della macchia profumata di timo: e su quella rena vide le orme di piccoli piedi, e udì lo scalpiccio di fanciulle che correvano, e le loro grida di gioia a giocare, rincorrersi e afferrare Achille cui nel turbinio di quel girotondo si sollevavano le vesti femminili.
Quelle cosce muscolose, quei genitali intravisti: non era stato meglio amare gli uomini? Le donne lo avevano solo fatto soffrire, lo avevano deluso, abbandonato. Fece in tempo a cogliere in quel silenzio che circondava la nave, ora che si era quetata ogni manovra, la voce di William Browne che gli recitava i suoi versi:
If I should die, think only this of me:
That there's some corner of a foreign field
That is for ever England. There shall be
In that rich earth a richer dust concealed...

A Skiros, in una piazzetta affacciata sul mare, in cima al paese, la statua di un giovane guarda verso la distesa di luce che si apre tutto intorno: Magazià e la spiaggia subito sotto e più oltre, a perdivista, il blu inebriante attraverso cui traspare nero il profilo accennato delle altre isole.
E' Rupert Brooke, bello come un Apollo, il poeta più generoso d'Inghilterra, come avrebbe poi detto Yeats. Anelava a morire sul campo di battaglia ed era invano sopravvissuto alla ritirata dalle Fiandre, aveva molto amato, molto viaggiato e aveva già detto tutto nella poesia che aveva scritto l'anno prima, con cui inconsapevolmente aveva chiesto ciò che non voleva.

Era la poesia che la sera di quell'aprile gli stava sussurando Browne per aiutarlo ad intraprendere un troppo lungo viaggio. Lui era quel corpo inglese, e poco dopo lui sarebbe stato quella polvere così ricca. Come un eroe omerico la mattina dopo lo avrebbero bruciato su una pira di legno d'ulivo trasformando per sempre un angolo di Grecia, nella baia incantata di Tris Bukes, in un pezzo di Inghilterra.

Prima di morire, nella notte, avrebbe udito un grido di civetta e immaginato Atena che lo chiamava. Capì troppo tardi che gli dei talvolta esaudiscono i desideri dei poeti alla lettera.

inedito