PIEVE

PIEVE
POLAROID

giovedì 22 dicembre 2016

A mesto commento sulla prossima inaugurazione di Piazza Verdi, abbellita e riqualificata dall'intervento di Vannetti-Buren, pubblico sul blog il mio racconto Il varco, che fa parte della raccolta Altre vendicazioni: quasi 4 anni fa mi figuravo un futuro disperato, una città divisa in due.
Ora che, contro tutti e tutto, Federici è riuscito a portare a termine un intervento per cui sarà ricordato nei libri di storia locale (indovinate come...), mi accorgo che il risultato è peggiore di ogni più malevola previsione. Alla Spezia la letteratura è impari alla realtà.

IL VARCO

            Eccolo, il Varco. Ce n'erano due, uno a mare, uno in Piazza Federici. Quello pedonale era il suo, non era distante, forse mezzora, forse di più. Il passaggio l'aveva programmato con largo anticipo, dunque aveva tutto il tempo. La folla scalpicciava, pareva immobile, ma alzandosi sulla punta dei piedi poteva vedere l'arco  e le persone che sfilavano sotto: qualcuno doveva mostrare i documenti, altri entravano passando lentamente perchè il lettore potesse leggere l'rfid.
I documenti! Dov'erano? Si tastò precipitosamente la tasca interna del soprabito, con il gomito urtò la signora a fianco, uno sguardo d'odio troncò sul nascere il suo tentativo di scusarsi. E il pass l'aveva. Controllò il braccialetto. Era quello che inviava il segnale al lettore.
Tutto a posto. Si rilassò. Un altro metro, avanti, avanti. Certo, era stanco. Aveva abbastanza anni da ricordare come la città era prima. E prima ancora, quando al Costa ci andava lui, e la piazza non solo era libera, e ci si passava in macchina, ma addirittura ci si passeggiava, e sulla scala del Liceo i ragazzi strabordavano sino ad occupare la strada, e dal centro, sotto i pini, guardando da una parte si vedeva in asse, laggiù, stampata sulla collina che spiccava nera sul cielo azzurro, la porta dell'Arsenale, e dall'altra parte, incorniciato tra i palazzi si intuiva lo slargo di piazza Europa.
Sì, era bella, allora, quella città che aveva amato, che si stendeva su due piane che lungo il mare si guardavano attraverso una striscia sottile incalzata dalla collina, una striscia solcata da una grande e lunga, dritta e diretta, sequenza di vie e di piazze che parevano far comunicare le  sue due anime.
La giornata era grigia. Una pioggia sottile pareva evaporare dalla folla assiepata anziché cadere dall'alto. Ormai poteva vedere il Varco. Le palizzate che chiudevano la piazza e lasciavano solo lo spazio per l'arco da una parte, quella più corta che chiudeva via XX settembre dall'altra e la gente alle spalle che spingeva: gli pareva di essere una mucca spinta in un ineluttabile recinto. Un topo, anzi.
            In trappola. E gli agenti della Securitas, l'agenzia privata cui era stata esternalizzata ogni forma di vigilanza e controllo, ai lati del Varco, i cani al guinzaglio, spiccavano neri e corruschi sul grigio di quella lenta processione. Pensava a quando la città gli si spalancava davanti, libera, accessibile, disponibile. Si faceva colazione in via Chiodo, si passava al Circolo Velico, si andava a Lerici passando lungo viale S.Bartolomeo. In macchina! Dove c'era un posto, lì la si lasciava, e da Piazza del Mercato si poteva andare senza ostacoli, a piedi, in piazza Verdi. E al cinema si sceglieva: andare all'Astra o al Cozzani? Due luoghi distanti poche centinaia di metri in linea d'aria, ora separati da una barriera superabile solo a fatica, solo se autorizzati. Ma che diceva? Di che parlava? Erano decenni che l'Astra era stato trasformato in un supermercato, la sua sala con il soffitto su cui campeggiava una grande figura di gesso nascosta per sempre da lividi controsoffitti. E il Cozzani: una sala Bingo. E lì all'angolo, oltre quell'arco presidiato da vigilanti con i cani al guinzaglio, in fondo, a sinistra, non c'era la liberia Ricci? Una volta, tanti anni fa, e poi un orribile bar. Ma tutti i locali lungo la piazza erano chiusi da tempo, qualsiasi cosa ci fosse stata dentro. La città era morta. Un tenue filo di traffico scorreva lungo il viale a mare, sotto l'altro arco, ma serviva soprattutto ai crocieristi che scendevano a migliaia, occupavano la passeggiata Morin, a loro esclusiva disposizione, e con gli autobus potevano liberamente riversarsi verso le Cinque Terre, ignorando la città stremata e bloccata che li accoglieva. Era l'ultima cosa rimasta: qualche euro ogni tanto finiva nelle tasche dei commercianti locali, gli addetti al porto, al terminal, ai servizi potevano ancora mantenere le famiglie. Lui per fortuna era in pensione, ce l'aveva fatta. A 75 anni ma adesso era libero. E poteva aspettare anche delle ore. Ma era quasi arrivato.
            E poi quella non era più piazza Verdi. Da quando il Sindaco era rimasto travolto da un pino su cui si facevano le prove di trazione, quella era piazza Federici, in onore di chi aveva così fortemente voluto l'abbellimento e quasi la trasfigurazione della piazza. Il cantiere era ancora lì- quanti anni erano passati? 20, no ben 22, si disse mentre ormai il Varco incombeva. Ricorsi, controricorsi, denuncie, diffide: contro tutto e contro tutti, in nome di una visione della città che lo aveva accecato, per imporre a quel popolo di ignoranti, di tradizionalisti, di imbecilli la sublime prospettiva di uno spazio tutto ripensato secondo una prospettiva di assoluta bellezza, aveva imposto quel cantiere perenne che strangolava la città, che rimaneva a perenne memoria di una testarda ma coerente follia.
            Sulla palizzata che delimitava lo spazio in cui i lavori si erano fermati da tempo, in cui le macchine arrugginivano sotto la pioggierellina -un pulviscolo, quasi un vapore- perenne e instancabile, campeggiava la scritta di un cittadino molto spiritoso: CHECK POINT CHARLIE.
Sì. La Spezia era stata una città bellissima, prima che si mettessero a migliorarla, a riqualificarla, si diceva, e adesso era come Berlino prima della riunificazione delle due Germanie. Era il suo turno. La guardia lo scrutò sospettoso, il cane emise un ringhio sommesso, alzò il braccio, il bip del sensore suonò, il pass non glielo avevano chiesto, entrò nella zona sorvegliata.
Si voltò a guardare l'arco. Sembrava il portale di un autolavaggio, con quei colori stridenti. Prima di morire il sindaco era riuscito a tacitare Buren, il grande artista cui era stata commissionata la decorazione della piazza, acquistando due archi mobili.
            Bé, servivano davvero, si disse. Facevano colore, non c'è dubbio, pensò. Piazza Europa era chiusa per la costruzione del parcheggio da una infinità di anni, l'accesso al mare vietato, l'ospedale si era sbriciolato nel terremoto del 2020 e quello nuovo costituiva solo l'oggetto di presentazioni e cerimonie e proiezioni di rendering, per andare a Portovenere si faceva prima con il battello da Genova, ma la città aveva i suoi archi di Buren. E pensava che per la prossima festa della Marineria la città sarebbe stata evacuata dei suoi cittadini, e gli archi trionfalmente spostati sulla passeggiata a mare, all'inizio e alla fine, per farli ammirare a tutti i visitatori. No, non era amarezza quella che provava, ma orgoglio. Nessuna altra città al mondo avrebbe resistito a tutto ciò, consentito a quello sfascio, accettato quel disastro. Solo gli spezzini sapevano  coltivare la rassegnazione con tanta docile passione.


giovedì 3 marzo 2016

RISPONDENDO AD ALCUNE DOMANDE SU ENZO UNGARI


fotografia Gian Luigi Saraceni










Carlo Marletti / Con Enzo

(1)Era un periodo di grande vivacità culturale, come è nata la
vostra amicizia? Quali erano i vostri sogni?

È nata nel mitico "Charlie Chaplin", al cinema Smeraldo la
domenica mattina. Già amavo il cinema, ma non sapevo
ancora chi fosse Murnau, o cosa fosse “King Kong”, e molto
altro. I testi di Fabio Carlini, Franco Ferrini e Enzo Ungari,
formidabili. Vivacità culturale è un po' poco: Cultura, meglio.
Con sapore diverso da quella – non poca ed esigente – del
Liceo. Fabio, più classico e compassato, direi militante
rassicurante. Gli altri due, magistralmente imprudenti.
L'amicizia è venuta da sola. Insieme a Fiorella. Insieme a Maria
Elena. Enzo coltivava l'amicizia con sapiente naturalezza.
Quanto a una parte almeno dei nostri sogni, eravamo
comunisti ma in fatto di cinema molto più "Cinema & Film" che
"Ombre Rosse", più Adriano Aprà che Goffredo Fofi. Alle prime
riunioni pisane di Potere Operario siamo andati insieme. Enzo
era un attrattore, intorno al quale si sono mescolati i
cinéphiles di questa piccola città. A onde successive in molti si
sono affiancati e non sono mancate adesioni sorprendenti. La
redazione potenziale ora comprendeva anche Alfredo Rossi e
Gian Luigi Saraceni. Poi Pesaro, Locarno, Berlino. Intanto la
cosa si stava facendo davvero seria. Enzo e Fiorella partono
per Roma, quasi mai soli in quel viaggio. Anche Franco prende
ovviamente quella strada. Ecco il Filmstudio, la casa di Enzo
vicino alla Piramide. Certe domeniche piene di gente in quella
sala spoglia con la moquette. Così accogliente. E il sorriso di
Paolo Brunatto. Intanto al Pantheon, come recitava un celebre
aforisma di Roberto Benigni, c'era Enzo Ungari.

(2)Come avete scoperto la passione del cinema?

Non so se si può chiamare scoperta l’incontro con qualcosa
che ti aspetta e non ti viene neppure in mente di schivare. E
non sono stati incontri solitari. Nei primi anni '70 nell'agosto
parigino a vedere film - soprattutto americani classici, in sale
come il “Racine”, in Rue Racine, lingua originale con
sottotitoli in francese - c’erano quasi più spezzini che al Lido
di Lerici. La notte del 14 agosto Langlois proiettava “Vertigo”,
ormai introvabile, in sala c’era già l’Europa unita. Per noi in
quegli anni la domenica è stato cinema, sempre e comunque.
Ma anche parecchie altre sere. A volte a Viareggio, con Enzo e
Fiorella che guidava, a pescare una prima o una copia dei
“Cahiers du Cinéma”. Il cinema era come il respiro, o la
sigaretta, allora in sala si fumava parecchio. All’uscita dal
film, la voglia di scovarne i segreti. Valeva per “Hollywood
Party” e “Persona”, per Hawks e Carmelo Bene o Truffaut. Per
Hitchcock e Bertolucci, o Piero Bargellini e Jean Marie Straub.
Valeva per tutti. Niente a che fare con la retorica del
contenuto e la forma, tristemente comune all’estetica
idealista e a quella del marxismo italiano, che se ne era
nutrito senza troppi scrupoli. Era semplicemente un altro stile
di pensiero. Enzo lo aveva intercettato, come Franco, e
sapeva fare da guida con generosità a riconoscersi nel proprio
tempo. Mia madre, che mi avrebbe voluto medico o avvocato,
forse lo aveva capito e non lo vedeva troppo di buon occhio.
Era un buon segno. In questo senso, dicevo sulla prima
domanda, cultura. Quella passione per il cinema era
alimentata da qualcosa di tellurico, che andavamo via via
scoprendo quanto più ci addentravamo nel nuovo stile di
pensiero. E ci schierava, come molti altri prima di noi, ma
paradossalmente alla luce più di Lubitsch che di Eisenstein. A
noi Rossellini piaceva un po’ tutto.

(3)Cosa rappresentava il cinema per Enzo Ungari e cosa voleva
dire essere un mangiatore di film?

"Mangiatore" è ovviamente letterale. Di cibo di cui non si può
fare a meno quotidianamente, com'è naturale, per vivere.
Forse ciascuno ha il suo, o magari lo cerca. In prima istanza, si
trattava di nutrirsi di quella capacità di rifrazione del cinema
che mi provo a richiamare in riposta alla domanda seguente.
Ma per Enzo era anche un'altra cosa, che si può leggere quasi
in ogni pagina che ha scritto. Ho amato moltissimo le pagine
di Adriano Aprà - devo dire anche di diversi altri in "Cinema &
Film". Di Adriano, senza voler riassumere in un'osservazione il
suo stile di lettura, direi che mi appariva un formidabile
fenomenologo: ciò che il film "mostrava" restava nel suo
leggere sospeso e al tempo stesso presente, come fenomeno
di una sostanza cinema. Anche Enzo era su questa onda, ma la
sua era al tempo stesso un'urgenza diversa. Di narrazione, del
narrare, si nutriva.

(4)Cosa rappresenta oggi Ungari per la critica cinematografica
e la storia del cinema?

Già allora e poi sempre di più mi sono occupato di filosofia.
Sarei bugiardo se dicessi di saper rispondere a questa
domanda. Ma qualche osservazione posso provare a farla.
Quando Enzo se n'è andato, già il cinema stava uscendo dallo
spazio occupato per buona parte del secolo scorso. Stava
lasciando per strada il suo incanto, di rifrazione quasi
percettiva del proprio tempo in un crocevia di narrazione,
personalità autoriale, generi, produzione, sceneggiatura,
messa in scena, tecnologia, riflessione su di sé,
sperimentazione. Una rifrazione di straordinaria complessità.
Per comprenderla e, in fondo, per comprendere la passione
che era capace di generare, erano state via via utilizzate
estetiche, teoriche, ermeneutiche, ideologie, tecniche di
ricerca (linguistica, sociologica, massmediologica, ecc.)
fondamentalmente adattate da altrove o ristrette a qualche
aspetto di quella complessità. Con conseguenti determinismi
di vario tipo nella critica e nella già abbondante storiografia.
La generazione di Enzo - comunque chi si è trovato ad attuare
nei suoi dintorni, chi un po' prima e chi appena dopo - ha
maturato l'opportunità di essere sensibile alla complessità di
quella rifrazione. Con uno slogan da prendere con le molle, ha
potuto essere un cinéphile "totale". In questo senso Enzo è
stato un formidabile cinéphile totale.

(5)Come lo ricorda Enzo? Ha un ricordo particolare o un
aneddoto?

Ne avrei fin troppi, ma sono il ricordo intimo di un incontro
con una delle persone pù intelligenti ed amabili che ho avuto
la fortuna di conoscere.


(6)Quando si è giovani la morte non esiste, muoiono gli altri,
ma quando l’altro è un amico come si vive questo
momento?

Non lo si può credere. Si lascia solo accadere. La ringrazio per
questa possibilità, è la prima volta che riesco a tornare in
pubblico a Enzo. Un'altra volta, a dieci anni dalla sua morte,
non ci sono riuscito, l'ho schivata allo stupido riparo di una
funzione pubblica.






Gian Luigi Saraceni / Su Enzo


1
Il Charlie Chaplin fu per noi giovani spezzini un crogiolo di interessi, amicizie, occasioni. Si mescolavano a quel fuoco la passione politica e quella per il cinema, il fastidio per una città torpida e indifferente e il gusto della provocazione. La tessera, che ho conservato, ci faceva accedere ad un club in cui era possibile con sollievo riconoscersi complici di un'idea di cinema che parlava di politica parlando d'altro, ed imponeva la sua lettura del mondo facendo uso del rigore delle forme così come dei clichés dei generi: il mélo, il western, i film di guerra.
Fu così che conobbi Enzo: la passione che lo animava era contagiosa e fu questione di un attimo diventare amici e cominciare ad aiutare il gruppo ristretto che organizzava le proiezioni con un lavoro massacrante: le schede ciclostilate per ogni film, i dibattiti, la preparazione della rivista (fogli ciclostilati anche quelli, ingegnosamente rilegati insieme) che sviluppava e approfondiva temi e argomenti.
Di Enzo, la cui lucida intelligenza traspare da ogni suo scritto, ricordo però soprattutto lo spirito: era una persona spiritosa, divertente, che faceva uso della sua cultura per seminare paradossi e scambiare battute e fulminanti giochi di parole con chi gli era vicino e provava a tenergli testa. E gli scambi con Franco Ferrini erano memorabili.

2
Non partecipai al progetto del cineclub e alla sua impostazione: a cose fatte accolsi quella possibilità di un rapporto intelligente e consapevole con il cinema come una occasione insperata. 
La scelta dei film era opera essenzialmente di Enzo e Franco Ferrini, ma si può dire che, dopo il primo anno, cominciarono ad imporsi scelte e propensioni collettive, nate nel vivo delle discussioni che seguivano la proiezione più che del dibattito.

3
La città era immobile. Brillava la luce del Charlie Chaplin e della libreria di Aldo Rescio. Lì, e in pochi altri luoghi di incontro (ricordo l'osteria vicino alla Banca d'Italia), si svolgeva una vivace vita culturale, sostanzialmente eccentrica rispetto alla città. Ma la nostra attenzione era rivolta altrove: a Pisa, Roma, Milano. La Spezia non era lambita dal vento del cambiamento in atto nel resto del paese se non indirettamente, e quasi per rimbalzo.
Di lì a poco prima Enzo e poi Franco Ferrini avrebbero preso atto che per proseguire il loro impegno occorreva andarsene. E, come loro, molti di noi. 
Tuttavia nel periodo intercorso tra la fine del Charlie Chaplin, che aveva fruttato tutto quel che poteva, e il definitivo trasferimento a Roma, si approfondì non solo la nostra amicizia con frequentazioni spesso giornaliere, ma anche prese corpo la vicenda di Cinema&Film, nata a Roma ad opera di Adriano Aprà, e gemmata a La Spezia grazie alla conoscenza che Enzo e Franco avevano nel frattempo fatto di Adriano.
Nacque così una "redazione spezzina" di Cinema&Film, di cui fecero parte, oltre a loro, altri di noi, tra cui Carlo Marletti e Alfredo Rossi. Misi a disposizione delle riunioni di redazione la mia casa in Via Carso, e in quegli spazi angusti affacciati sulla città si svolsero discussioni e analisi brillanti, sottili e, a ripensarci oggi, talvolta incomprensibili. Era il tempo della semiologia e dello specifico filmico, e Cinema&Film si impose in Italia come una voce nuova e attenta a quel che succedeva oltr'alpe grazie anche all'attenzione che pose sin dall'inizio al linguaggio.

4
E' difficile dire quale fosse il rapporto di Enzo con la visione di un film. C'era un suo approccio al cinema diverso da quello con i film. E non solo per le ragioni teoriche che erano alla base della rivista, che prese appunto le mosse da quella distinzione. Il fatto era che Enzo aveva con il film un rapporto fisico, di immersione e incantamento, che non gli ottundeva la distanza critica, ma nell'atto della visione gli permetteva di bearsi delle immagini: beanza, desiderio, magia. Non a caso un suo scritto è intitolato "Specchio delle mie brame".
Enzo fu un grande critico proprio perché seppe unire in maniera inscindibile alla finezza e intelligenza dell'analisi (sempre al passo dei tempi, sempre in sintonia con le acquisizioni teoriche rilevanti, talvolta in anticipo) quell'atteggiamento di infantile stupore, di godimento e possessione che nella caverna oscura della sala sanno imporre le immagini in movimento.

5
Niente di peggio dei laudatores temporis acti: quelli erano tempi creativi, ma lo sono anche questi, in modi differenti. Certo gli anni sessanta furono un discrimine: da allora il mondo è cambiato, e di quel cambiamento viviamo tuttora. Senza l'apporto di quella rivoluzione culturale le espressioni artistiche di oggi (nell'arte, nella letteratura, nella critica, nella filosofia) sarebbero incomprensibili.
Diverso il discorso per il cinema. I cambiamenti tecnologici (anch'essi configurano una vera rivoluzione) hanno comportato dei mutamenti strutturali nelle forme della percezione, e il cinema, meraviglia tecnologica nata ai primi del novecento, ne risente più di altre forme di espressione.
In un mondo in cui impera il virtuale il cinema si è docilmente affiancato all'impero del loisir e tanto più spettacolare risulta essere la sua promessa di realtà, la sua tecnica, la sua capacità di raffigurare tutto, tanto meno la sua magia riesce ad imporsi.
Ora che si è raggiunta la terza dimensione lo schermo risulta desolantemente piatto, la scena primaria si è trasformata in un trompe l'oeil dozzinale, la sala svuotata, il suo buio perduto.
Oggi, se si ama il cinema, bisogna detestarlo: solo negli interstizi della grande macchina è possibile sottrarsi al consumo passivo di immagini e rivitalizzare quel godimento di cui parlava tanto spesso Enzo. Nei "Passages de Paris" di Benjamin ho trovato un passo che parla d'altro e appunto per ciò coglie il punto: “Quando due specchi si guardano l'uno nell'altro, Satana opera il suo trucco preferito, aprendo qui a modo suo la prospettiva sull'infinito”. Uno dei due specchi si è infranto.
Il cinema (forse) è morto.




Alfredo Rossi / Su Enzo 



Sono molto imbarazzato a scrivere su Enzo per due ragioni.
La prima è che il più bel ricordo su di lui è già stato pronunciato, nel modo più convincente e commovente, da Adriano Aprà, in un convegno del 4 Marzo 2012 al Cinema Trevi, facilmente rintracciabile su you tube. In pochi minuti, ha detto tutto e nel migliore dei modi. Enzo: vitale, intelligente e seducente al massimo grado, con splendide doti di sensibilità percettiva e di scrittura. La fascinazione conseguente ai differenti caratteri come raccontata da Adriano posso, sotto certi aspetti, anche farla mia, riferendola al tempo in cui, giovanissimi, stavamo molto assieme: lui estroverso io introverso, lui onnivoro nelle esperienze io renitente. In più, lui già maturo io ancora da identificarmi.
La seconda è che non riesco a pensare a lui come a un morto. Mi trattengono in questo i legami adolescenziali: come dimenticare che a casa mia proiettavamo i nostri filmini 8 mm; che assieme facevamo viaggi assurdi per vedere, o “mangiare”, film, come avvenne in un raid domenicale a Livorno per raggiungere un cinema di periferia dove si proiettava “A casa dopo l’uragano” di Vincente Minnelli; che, con Franco Ferrini, ci formavamo alle stesse visioni, scegliendoci percorsi di puro piacere attraverso il cineclub che avevamo fondato, il “Charlie Chaplin” e partecipando, ancora insieme, alle giornate di lavoro sul cinema organizzate dall’ARCI e curate da Gianni Menon e Adriano a Reggio Emilia, Venezia e infine Pisa per il tutto-Rossellini. 
Per quattro o cinque anni un gruppo di amici (lui, Franco, Fabio Carlini, Carlo Marletti, Luigi Saraceni ed io)  condivideva giornate, passeggiando, avanti e indietro lungo Via Chiodo, o chiacchierando nei bar, vedeva assieme decine di film, progettando e desiderando diversamente e con esiti differenti. Erano gli anni in cui era vivo il cineclub, assolutamente d’avanguardia, e a latere nasceva la rivista Giovane Cinema, ciclostilata!, di cui Enzo e Franco erano protagonisti assoluti per idee e scrittura. Enzo creava anche le copertine, belle come quadri. In tutte queste avventure lui era il vero trascinatore e organizzatore. Qualità che del resto confermò negli anni successivi, al Filmstudio ’70, al festival di Salsomaggiore, nelle serate del Massenzio e infine alla Mostra di Venezia. 
La sua partenza per Roma segnò per me l’interruzione di un rapporto molto frequente e da allora non lo rividi che rarissimamente. 
Tutte queste ore di vita condivisa mi impediscono appunto di avere ricordi fossili. Ché anzi, poiché a partire da una certo momento, la lenta fine della rivista Cinema&Film, abbiamo percorso strade diverse concependo idee diverse sulla funzione critica (il che, allora, nella battaglia delle idee, era cosa più che normale) mi piace talvolta pensare di confrontarmi nuovamente con lui sul significato, se ancora ci sia, di rapportarsi all’oggetto che abbiamo amato. In questo senso: Enzo ha gestito la sua visione del cinema, da geniale precursore di un mutamento di gusti e fruizioni, coniugando un esoterismo borgesiano, l’idea di una Cineteca (invece che una Biblioteca) di Babele in cui il tutto del cinema confluisce indistintamente e si mescola in percorsi di immagini sovrapposte e sovrapponibili (il museo del Cinema di Torino, in cui queste ultime ti inseguono e tu stesso, immerso, ne diventi parte, ne è la materializzazione), con un essoterismo messianico, le proiezioni romane al Massenzio. Ma, da dotato stregone, ha razionalmente padroneggiato, nella scrittura e nello stile del lavoro, le contraddizioni tendenzialmente e pericolosamente, a mio avviso, pre-critiche di queste posizioni. Ma proprio queste, in anni successivi, futuri apprendisti, senza qualità e cultura, hanno mitizzate in vario modo assumendole in una forma di feticismo del vedere e del pensare cinema.  Penso che su questa realtà di deriva ideologica e diffusa stupidità che oggi struttura il cinema e il suo consumo concorderemmo facilmente.


Alfredo Rossi

Febbraio 2016





sabato 19 ottobre 2013


Continua il dramma di una città divisa. Ecco un contributo in memoria dell'infinita, e inutile, pazienza degli spezzini. Il racconto entrerà a far parte di una nuova raccolta dedicata alle nostre città.

IL VARCO

Eccolo, il Varco. Ce n'erano due, uno a mare, uno in Piazza Federici. Quello pedonale era il suo, non era distante, forse mezzora, forse di più. Il passaggio l'aveva programmato con largo anticipo, dunque aveva tutto il tempo. La folla scalpicciava, pareva immobile, ma alzandosi sulla punta dei piedi poteva vedere l'arco e le persone che sfilavano sotto: qualcuno doveva mostrare i documenti, altri entravano passando lentamente perchè il lettore potesse leggere l'rfid.

I documenti! Dov'erano? Si tastò precipitosamente la tasca interna del soprabito, con il gomito urtò la signora a fianco, uno sguardo d'odio troncò sul nascere il suo tentativo di scusarsi. E il pass l'aveva. Controllò il braccialetto. Era quello che inviava il segnale al lettore.
Tutto a posto. Si rilassò. Un altro metro, avanti, avanti. Certo, era stanco. Aveva abbastanza anni da ricordare come la città era prima. E prima ancora, quando al Costa ci andava lui, e la piazza non solo era libera, e ci si passava in macchina, ma addirittura ci si passeggiava, e sulla scala del Liceo i ragazzi strabordavano sino ad occupare la strada, e dal centro, sotto i pini, guardando da una parte si vedeva in asse, laggiù, stampata sulla collina che spiccava nera sul cielo azzurro, la porta dell'Arsenale, e dall'altra parte, incorniciato tra i palazzi si intuiva lo slargo di piazza Europa.

Sì, era bella, allora, quella città che aveva amato, che si stendeva su due piane che lungo il mare si guardavano attraverso una striscia sottile incalzata dalla collina, una striscia solcata da una grande e lunga, dritta e diretta, sequenza di vie e di piazze che parevano far comunicare le sue due anime.
La giornata era grigia. Una pioggia sottile pareva evaporare dalla folla assiepata anziché cadere dall'alto. Ormai poteva vedere il Varco. Le palizzate che chiudevano la piazza e lasciavano solo lo spazio per l'arco da una parte, quella più corta che chiudeva via XX settembre dall'altra e la gente alle spalle che spingeva: gli pareva di essere una mucca spinta in un ineluttabile recinto. Un topo, anzi.
In trappola. E gli agenti della Securitas, l'agenzia privata cui era stata esternalizzata ogni forma di vigilanza e controllo, ai lati del Varco, i cani al guinzaglio, spiccavano neri e corruschi sul grigio di quella lenta processione. Pensava a quando la città gli si spalancava davanti, libera, accessibile, disponibile. Si faceva colazione in via Chiodo, si passava al Circolo Velico, si andava a Lerici passando lungo viale S.Bartolomeo. In macchina! Dove c'era un posto, lì la si lasciava, e da Piazza del Mercato si poteva andare senza ostacoli, a piedi, in piazza Verdi. E al cinema si sceglieva: andare all'Astra o al Cozzani? Due luoghi distanti poche centinaia di metri in linea d'aria, ora separati da una barriera superabile solo a fatica, solo se autorizzati. Ma che diceva? Di che parlava? Erano decenni che l'Astra era stato trasformato in un supermercato, la sua sala con il soffitto su cui campeggiava una grande figura di gesso nascosta per sempre da lividi controsoffitti. E il Cozzani: una sala Bingo. E lì all'angolo, oltre quell'arco presidiato da vigilanti con i cani al guinzaglio, in fondo, a sinistra, non c'era la liberia Ricci? Una volta, tanti anni fa, e poi un orribile bar. Ma tutti i locali lungo la piazza erano chiusi da tempo, qualsiasi cosa ci fosse stata dentro. La città era morta. Un tenue filo di traffico scorreva lungo il viale a mare, sotto l'altro arco, ma serviva soprattutto ai crocieristi che scendevano a migliaia, occupavano la passeggiata Morin, a loro esclusiva disposizione, e con gli autobus potevano liberamente riversarsi verso le Cinque Terre, ignorando la città stremata e bloccata che li accoglieva. Era l'ultima cosa rimasta: qualche euro ogni tanto finiva nelle tasche dei commercianti locali, gli addetti al porto, al terminal, ai servizi potevano ancora mantenere le famiglie. Lui per fortuna era in pensione, ce l'aveva fatta. A 75 anni ma adesso era libero. E poteva aspettare anche delle ore. Ma era quasi arrivato.

E poi quella non era più piazza Verdi. Da quando il Sindaco era rimasto travolto da un pino su cui si facevano le prove di trazione, quella era piazza Federici, in onore di chi aveva così fortemente voluto l'abbellimento e quasi la trasfigurazione della piazza. Il cantiere era ancora lì- quanti anni erano passati? 20, no ben 22, si disse mentre ormai il Varco incombeva. Ricorsi, controricorsi, denuncie, diffide: contro tutto e contro tutti, in nome di una visione della città che lo aveva accecato, per imporre a quel popolo di ignoranti, di tradizionalisti, di imbecilli la sublime prospettiva di uno spazio tutto ripensato secondo una prospettiva di assoluta bellezza, aveva imposto quel cantiere perenne che strangolava la città, che rimaneva a perenne memoria di una testarda ma coerente follia.
Sulla palizzata che delimitava lo spazio in cui i lavori si erano fermati da tempo, in cui le macchine arrugginivano sotto la pioggierellina -un pulviscolo, quasi un vapore- perenne e instancabile, campeggiava la scritta di un cittadino molto spiritoso: CHECK POINT CHARLIE.
Sì. La Spezia era stata una città bellissima, prima che si mettessero a migliorarla, a riqualificarla, si diceva, e adesso era come Berlino prima della riunificazione delle due Germanie. Era il suo turno. La guardia lo scrutò sospettoso, il cane emise un ringhio sommesso, alzò il braccio, il bip del sensore suonò, il pass non glielo avevano chiesto, entrò nella zona sorvegliata.
Si voltò a guardare l'arco. Sembrava il portale di un autolavaggio, con quei colori stridenti. Prima di morire il sindaco era riuscito a tacitare Buren, il grande artista cui era stata commissionata la decorazione della piazza, acquistando due archi mobili.

Bé, servivano davvero, si disse. Facevano colore, non c'è dubbio, pensò. Piazza Europa era chiusa per la costruzione del parcheggio da una infinità di anni, l'accesso al mare vietato, l'ospedale si era sbriciolato nel terremoto del 2020 e quello nuovo costituiva solo l'oggetto di presentazioni e cerimonie e proiezioni di rendering, per andare a Portovenere si faceva prima con il battello da Genova, ma la città aveva i suoi archi di Buren. E pensava che per la prossima festa della Marineria la città sarebbe stata evacuata dei suoi cittadini, e gli archi trionfalmente spostati sulla passeggiata a mare, all'inizio e alla fine, per farli ammirare a tutti i visitatori. No, non era amarezza quella che provava, ma orgoglio. Nessuna altra città al mondo avrebbe resistito a tutto ciò, consentito a quello sfascio, accettato quel disastro. Solo gli spezzini sapevano coltivare la rassegnazione con tanta docile passione.

martedì 21 maggio 2013

Torna la mostra di polaroid

A un anno esatto dal terremoto riapre a Pieve di Cento la Pinacoteca Civica con un nuovo allestimento e nuove opere esposte. E riapre la mia mostra di polaroid rimasta visibile per soli due giorni.

sabato 13 ottobre 2012


LETTERA APERTA ALLA CANCELLIERA MERKEL

Signora Cancelliera,

sono un italiano con madre greca che si rivolge a lei affidando questo messaggio alla rete e sperando che le adesioni o comunque la sua lettura permettano di coinvolgere abbastanza persone, in Italia e all'estero, da farlo diventare un macigno che lei e l'opinione pubblica tedesca non possiate ignorare.
La sua politica e le sue decisioni sono nell'interesse del popolo tedesco e mai affermazione fu più erronea e moralmente inaccettabile di questa. Lei ha dimenticato. Ha dimenticato cosa è accaduto e come il mondo intero già una volta sia stato sconvolto da una Germania unita tutta sotto un capo sanguinario.
Il suo paese fu vinto per opera soprattutto degli inglesi e degli americani, nei cui confronti lei e il suo governo avete precisi irrefutabili e moralmente indiscutibili obblighi di riconoscenza. Se la Germania non è stata messa al bando delle nazioni civili, se è risorta, lo dovete alla generosità degli Stati Uniti, che dopo una guerra sanguinosa, subito cancellarono ogni risentimento e aiutarono il popolo tedesco, prima sfamandolo, e poi con un gigantesco sforzo finanziario e con l'epica difesa di Berlino, a rientrare nel giro di pochi anni delle nazioni su un piede di parità consentendo alla vostra economia di riprendere il posto che il suo paese per l'operosità del vostro popolo meritava a piena ragione. E tutti hanno voluto dimenticare. Ma se non all'Europa tutto ciò comporta che a una richiesta degli Stati Uniti di evitare di ripetere con altri mezzi gli errori del passato, precipitando il mondo intero in una crisi che alla fine travolgerò la stessa Germania, voi non possiate per nessuna ragione al mondo non corrispondere.
Abbiamo letto le sue aberranti dichiarazioni su quello che lei non consentirà sino a che vivrà e pensiamo che un qualsiasi politico in qualsiasi paese dovrebbe vergognarsi di una affermazione del genere e chiedere scusa prima di tutto al suo popolo.
Abbiamo letto che sta montando nell'opinione pubblica tedesca la convinzione di una superiorità morale e che in particolare i paesi del sud d'Europa sono caratterizzati dalla presenza di fannulloni che non pagano i debiti.
Abbiamo letto e visto che in qualche modo questi giudizi approssimativi sono condivisi da larghe masse.
Quanto alla Grecia le affermazioni i giudizi e i fatti denotano un atteggiamento sprezzante e ingiustificabile.
Lei, signora cancelliera, non solo non è una statista, ma sta facendo in modo che intorno alla Germania monti nuovamente un clima di inimicizia e ripulsa che distruggerebbe gli sforzi e i risultati che parevano sinora acquisiti.
Lei, signora cancelliera, ha una vista corta indegna delle migliori tradizioni germaniche, indegne di un grande popolo che tanto ha dato al mondo.
Se davvero ha detto o pensato quello che la stampa riporta, si dimetta.
Se crede davvero di obbedire a una qualche morale, si dimetta, innanzi tutto nell'interesse del suo paese.
Sappiamo che la maggioranza dei tedeschi non pensa e non condivide la sua politica e la sua vergognosa ostinazione nel mantenere un ruolo e una posizione che non merita.
Quanto alla Germania, nel dopoguerra assieme a Francia e Italia ha costruito con pazienza e guardando al futuro, una Europa che ora lei sta distruggendo
Si dimetta, signora cancelliera, non umilii il suo paese, non lo isoli, non lasci che masse esasperate pensino che se la Germania ha questi giudizi sull'Europa non protestante allora è meglio che il suo popolo non frequenti proprio quel Sud di cui lei vede solo il mare e il sole.
Si dimetta. Subito. Non permetta che si torni alla situazione dell'inizio del scolo scorso ma con una economia distrutta.
Il suo gesto non lo deve a tutto il mondo che le chiede una politica diversa. Lo deve agli stati Uniti, con cui il suo popolo ha siglato un contratto solenne.
Quanto all' Europa all'Italia e alla Grecia, studi e pensi alle vere e proprie idiozie che le e il suo governo avete alimentato. Sappia che i Greci, lavorano ben più dei tedeschi.
E di fronte al mancato pagamento dei dei danni di guerra, chieda perdono per un rifiuto che avrebbe consentito alla Grecia di risolvere già anni fa i suoi problemi.
Se non vuole che tutti i tedeschi vengano tenuti lontani ed evitati, si dimetta. Subito. Non pensi che se cambia politica possa cambiare anche il giudizio che sotto il velo della diplomazia e delle buone maniera non solo noi, ma tutto io mondo ha nei suoi confronti.
Lei è consegnata alla storia, senza appello, come un poltico di corte vedute espresso da un grande popolo che ha saputo dare al mondo grandi statisti.
Se ne vada, Subito. Adesso.

sabato 5 maggio 2012

MOSTRA DI POLAROID

Venerdì 18 maggio alle ore 18,30 si è inaugurata alla Pinacoteca Civica del Comune di Pieve di Cento la mia mostra di Polaroid.
La mostra è curata da Graziano Campanini, e il catalogo reca anche il contributo di Diego Maria Macrì, noto fotografo bolognese, oltre a quello del curatore ed ad una mia breve presentazione. Umberto Saraceni accompagna e commenta con un video le foto esposte.
La mostra ha avuto in sorte dopo solo tre giorni un terremoto. Le foto sono dunque rimaste prigioniere di un museo attualmente inagibile. Il Comune si è impegnato a riaprire ai visitatori la pinacoteca quanto prima.





 CONTROFATTUALI, OVVERO CIO’ CHE POTEVA ESSERE E NON E’ STATO

Per Giovanni Michelucci


Io sto progettando un ospedale che cerco di rendere gradevole.
Giovanni Michelucci, Non sono un maestro


Giovanni Michelucci era un architetto che cominciò dal mestiere e dal mistero del costruire e lungo l’Ombrone a Pistoia vagava per campi e boscaglie, apprendendo misura e bellezza; e quando divenne architetto si accorse che ciò non bastava e che occorreva ripensare le città e non bastandogli neppure questo che bisognava, semplicemente, tornare a pensare agli uomini.
Si dedicò così ai luoghi in cui gli uomini entrano in relazione tra loro, ai punti di scambio, di incontro, la stazione di Firenze prima e poi la chiesa dell’autostrada, e i mercati e tante altre realizzazioni, tanti progetti, tutti animati dall’idea che la bellezza fosse la conseguenza di un sistema di vita alternativo. Diceva pure di esser convinto che l’architettura come opera singola individuale fosse finita e che doveva lasciar posto ad una architettura come opera corale.
E arrivò alla fine a pensare ai luoghi dell’esclusione: alle prigioni, agli ospedali, andando con le sue idee contro tutti, ma aprendo uno spiraglio su come la vita potrebbe essere. In anticipo sui tempi, precursore o visionario, non smise mai di ricercare e di pensare.
Il volto scavato e grifagno era quello di un toscano antico, dello stampo di un guelfo o di un ghibellino, coraggioso, orgoglioso e perdente. Nessuno gli commissionò un ospedale, ben sapendo che avrebbe stravolto le linee di una razionalità priva di grazia e ripetitiva e che avrebbe cercato di aprire l’ospedale alla comunità. Ma ci fu un momento in cui motivi e destini diversi si incrociarono facendo sì che una commessa gli pervenisse, finalmente, già in là con gli anni, da una città antica più simile alla Pistoia della sua infanzia che ai grandi agglomerati urbani come Firenze. E progettò l’opera, disse poi, assieme alla città, coinvolgendo gli abitanti e i tecnici, i medici, gli infermieri, guidato dall’idea che il malato dovesse non sentirsi più isolato e che la città doveva penetrare nell’ospedale. “Aprire gli ospedali, le carceri e persino i cimiteri”, diceva e quando i lavori iniziarono sentì che la sua opera poteva dirsi conclusa, e sapendo che avrebbe dovuto combattere contro le insidie della burocrazia, dei finanziamenti scarsi, dei ripensamenti, delle norme in continuo cambiamento, si impose la pazienza e la dura umiltà dei coraggiosi. Aspettò anni, il volto sempre più scavato, attendendo il suo ospedale che già faceva discutere nei testi di architettura. Le dita affusolate frullavano senza posa su pagine e pagine, in cui abbozzi, disegni, scorci anticipavano la bellezza di un’opera che non riusciva a vedere conclusa.
E non ce la fece. Non riuscì a vederlo finito. E ci vollero ben più di trent’anni, per terminarlo aprirlo e dimenticarlo, quell’ospedale, l’unico progettato dal grande architetto.
Era a Sarzana l’opera in corso e la piana, che porta al mare, era ancora riconoscibile. Tra la foce della Magra, i contrafforti del monte Caprione che prelude al Golfo dei Poeti, e le le ripide cime delle Apuane ammantate di nuvole, la campagna resisteva: a piedi o in bicicletta si percorrevano sentieri che mantenevano intatto, pur nelle tumultuosa modernità che avanzava, il carattere di una economia basata sull’agricoltura e sull’allevamento. E laghi e canneti accompagnavano da lontano il corso del fiume. Luni, non più visibile dal mare, la sentivamo oscuramente presente, e il pensiero correva a Rutilio Namaziano e allo splendore di marmi al tramonto dell’impero.
Si era alla fine degli anni sessanta del secolo scorso ed io, arrivato da un’Umbria turrita e fosca, ammiravo estasiato quell’improvviso alternarsi di vedute e scorci di mare e fiume e campi coltivati e ignoravo che la catastrofe andava addensandosi: Sarzana era ancora ricca di intelligenze e quando si pose il problema di costruire un nuovo ospedale ebbe il coraggio, grazie e politici entusiasti e disposti a pensare, di rivolgersi grandi architetti, con una visione moderna della sanità: e dopo aver interpellato Alvar Aalto, già impegnato, si rivolsero a Giovanni Michelucci.
Questo è l’antefatto, in cui io non compaio se non come ammiratore prima di luoghi che sentii miei e poi deluso spettatore dei cambiamenti che avvenivano e che andavano trasformando una città felice e a misura d’uomo in un frenetico mercato. Presi da una furia commerciale e mercantile e privi di quelle guide che uscite dalla Resistenza avevano garantito un equilibrio nello sviluppo della città i sarzanesi si trovarono a un tratto circondati di orribili costruzioni, di svincoli e parcheggi che garantivano lavoro e favori a spese di una comunità che scompariva.
Arrivai nel 1991 a dirigere le strutture sanitarie e conobbi il perchè di un enorme scheletro in cemento che contro ogni logica restava, lungo la strada di accesso al centro, senza cambiamenti da anni, e conobbi la storia dell’ospedale nuovo e soprattutto feci la conoscenza con un piccolo gruppo di persone rimaste ostinatamente a difendere il progetto e intenzionate a portarlo a termine. Paola Gari e Pino Lena soprattutto, residuo del gruppo dirigente che aveva voluto quell’ospedale, che aveva condiviso quella visione, ma anche tanti altri che pur silenti erano pronti a mobilitarsi.
E Giovanni Michelucci era appena morto, ed io non feci in tempo a conoscerlo. Era morto nel 1990, a quasi cent’anni: io arrivai nell’estate dell’anno seguente, e mi misi subito al lavoro con la squadra che aveva mantenuto per anni, nonostante i cambiamenti, fermo il ricordo e l’impegno.
Sentivo Michelucci interpellarmi personalmente, come fosse ancora vivo e si rivolgesse a noi come sua ultima speranza. Divenne un’ossessione, tentare di porre rimedio ai ritardi accumulati per errori, insipienze ma soprattutto per ruberie, corruzione, e accomodante assenza di controlli.
Era una delle famose “cattedrali” non terminate, destinate ad essere demolite o dimenticate. E mentre cominciava la celebrazione dell’umanizzazione degli ospedali e dei diritti degli utenti, anzi dei cittadini in quanto tali e non in quanto malati, tutto congiurava a trasformare in uno slogan la volontà così imperiosamente proclamata.
In Italia il modo migliore per dare una risposta nei fatti contraria a quel che si dice è appunto dirlo a gran voce. Si scoprivano i manager, si riorganizzavavo le linee di produzione ripensando la rete ospedaliera per razionalizzarla: razionalizzazione, produzione, riorganizzazione…
In sanità concetti da maneggiare con estrema cautela, rispettosamente: ma cominciò allora, viceversa, una vera e prorpria trasformazione degli ospedali, da luoghi di cura in fabbriche in cui si misurava la produttività con numeri come l’indice di occupazione dei posti letto e la durata della degenza. Ogni rapporto con la logica saltato, la fabbrica era vista e pensata dai programmatori regionali e statali come qualcosa che per giustificare la sua presenza doveva impiegare al massimo i fattori produttivi, dunque richiedeva malati da trattare contro il buon senso che affermava timidamente che lo stato di salute di una comunità si misura appunto dal fatto di non aver bisogno di ospedali. Si proclamavano verità che nella realtà si contestavano e dunque anziché compiacersi del fatto che un’ospedale non figurasse come una macchina sempre in moto, ma restasse a presidio di patologie conclamate o per far fronte ad eventualità ed emergenze, si lamentava la scarsa produttività. Cercammo di contemperare le richieste che provenivano dall’alto con l’idea originale di Michelucci. Reperimmo i fondi mancanti dando dimostrazione della serietà e determinazione della nuova direzione, denunciando l’impresa e i direttori dei lavori che avevano chiuso gli occhi anziché controllare, e cercammo di difendere come si poteva un grande cantiere abbandonato a se stesso da ladri e da vandali mentre contemporaneamente si provava a resistere a richieste continue di riorganizzazione degli spazi. Michelucci mi perseguitava, e a fatica trovammo dei compromessi che non stravolgessero troppo le sue idee, in cui gli ambienti, la luce, la disposizione dei mobili, tutto era pensato in nome di quei diritti al rispetto del cittadino e al sostegno dei lavoratori che cominciavano a diventare parole d’ordine proprio mentre venivano nei fatti rimosse. Spazi di incontro, di socializzazione, di riposo per gli operatori: tutto dovemmo difendere con le unghie e con i denti, tra critiche crescenti e orribili superfetazioni commerciali favorite da una nuova classe dirigente, povera di idee e incapace di vedere la miserevole riduzione della piana ad una distesa di capannoni, in cui, morta la campagna, trionfava l’affarismo più bieco, fatto di scambi inconfessabili.
Ed è giusto che Sarzana, oggi irriconoscibile, si sia data a speculazioni su terreni e indici di abitabilità affidandosi ad un architetto di grido, di quelli che sanno come marcia il mondo, che sanno vendere, che inseriscono come una coltellata improvvisa nel corpo della città inedite ed inutili ed incongrue bellezze, buone per tutti gli usi e per tutti i paesi.
E se pure con tutte le limitazioni e gli stravolgimenti apportati al progetto l’ospedale è stato alla fine inaugurato ed aperto, mantenendo una traccia di quella bellezza che proviene dalla verità a cui Michelucci si era votato; se pure tra un centro commerciale e con la piazza che doveva aprirsi alla città desolantemente vuota, c’è una luce che ancora brilla in un luogo in cui gli uomini soffrono, sento che Michelucci non è quietato.
Dalla sua tomba nel parco della sua casa, a Fiesole, vede dall’alto del colle che non è più tempo di architetti o forse che il suo tempo non è ancora arrivato. Io, personalmente, sento il successo di aver condotto l’opera al termine come un tradimento: e lui continua a guardarmi corrucciato e insoddisfatto.